venerdì 17 novembre 2017

Presentazione "Il cammino di Hamdan"

Noto sempre con dispiacere che alle presentazioni dei libri c'è sempre meno gente. D'altra parte l'Istat ha confermato che il numero di chi legge in Italia è in continuo ribasso: nel nostro Paese oggi ci sono oltre 4 milioni di lettori di libri in meno rispetto al 2010, senza considerare il fatto che nel 2016 sono circa 33 milioni coloro che non hanno letto nemmeno un libro di carta in un anno, cioè il 57,6% della popolazione.
Come dicevo tale disaffezione non dovrebbe stupirmi, invece mi intristisce ogni volta. Perché penso alle occasioni che le persone si perdono per conoscere, emozionarsi, ampliare i propri orizzonti.
Mai come questa volta  l'incontro con l'autore Hamdan Jewe'i ha rappresentato per me un'opportunità di riflessione come raramente capitano: impossibile non rimanere colpiti dalla sua positività, dalla sua fiducia nel prossimo e dalla sua convinzione di poter sconfiggere i preconcetti e
Anna Vezzoni che ha introdotto l'incontro ha usato il termine resilienza.
La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo. Di costruire un cammino a partire dal dolore, senza rinnegare il passato, senza farsi consumare dall'odio.

Imparare a scrivere è stata una conquista molto importante, per me, una sorta di innamoramento per i segni, le decorazioni. La mia bella lingua con le sue tante forme apriva in me nuovi spazi, nuovi sogni. Il desiderio di comunicare si faceva bruciante e in poco tempo ricadevo nella disperazione dell’isolamento. Isolamento è proprio il titolo di una delle mie liriche: infatti, dopo aver imparato a scrivere ho iniziato a esprimere il mio dolore con i versi: poesie tristissime, apoteosi del mio dolore. Ne ricordo anche un’altra “L’ultimo momento”, scritta in occasione del mio tentativo di suicidio, a 8 anni.

Il cammino di Hamdan parte da lontano, da una stanza buia in una casa in un campo profughi a Betlemme, una stanza che è stata tutto il suo mondo per i suoi primi 11 anni. Hamdan nasce "diverso", con una disabilità che la sua famiglia, vittima essa stessa di una mentalità retrograda, non accettava. Nella società palestinese un figlio disabile è il frutto di una colpa, una punizione divina, un peso di cui farsi carico, uno stigma davanti agli occhi della comunità.
Per questo Hamdan è stato per anni una vergogna da dover celare agli occhi della gente, tanto che nessuno sapeva della sua esistenza. Fino al giorno in cui ha avuto la forza di imporsi e rompere le catene del suo isolamento per uscire nel mondo e frequentare gli altri bambini.
Da allora sono passati anni, anni che Hamdan ha speso in giro per il mondo testimoniando la sua esperienza e battendosi per i diritti dei disabili, affinché possano avere non solo le cure mediche di cui hanno bisogno, ma il riconoscimento sociale che meritano.
Il suo viaggio l'ha portato fino In Italia, dove ha conosciuto Franca Dumano, a cui ha raccontato la sua storia: è nato così il libro Il cammino di Hamdan, un affresco sullo straordinario percorso di liberazione compiuto da un ragazzo palestinese, imprigionato sin dalla nascita, da muri, porte sbarrate, steccati, filo spinato.

Negli anni della prigionia, non sapevo veramente come passare il tempo ed ero davvero triste. Quando ripenso alla mia infanzia mi stupisco di aver trovato la forza di superare la noia e la disperazione di quegli anni. Ho vissuto momenti davvero terribili, imprigionato nel mio corpo e recluso nella stanza della vergogna.

Una frase di Hamdan mi ha colpito: "Anche i disabili sono abili". Poche parole che racchiudono tutta la forza e l'energia di questo uomo che ha saputo usare il dolore non solo come carburante per il proprio percorso di crescita ma anche per lottare affinché questo cambiamento investa la società tutta, i cosiddetti "normodotati", che troppo spesso si limitano a voltare la testa dall'altra parte.




La storia di Hamdan è ancora più stupefacente se si pensa il luogo in cui è nato, la Palestina, in perenne conflitto con Israele da cinquanta anni. Palestina che purtroppo oggi significa per molti solo campi profughi, intifada, check-point, kamikaze. Ma soprattutto vivere in questa terra flagellata da scontri continui signifca ancora più difficoltà per accedere alle cure di cui le persone con una disabilità hanno bisogno. Una vita difficile resa ancor più difficile.
Eppure non c'è traccia di livore né di rabbia nella voce di Hamdan. Non biasima né la sua famiglia, con cui oggi ha ottimi rapporti, né tantomeno semina parole di odio. C'è solo speranza. Quella di costruire con l'aiuto di tutti coloro che credono che una pacifica convivenza sia possibile un nuovo mondo, un nuovo modo di stare insieme, che non escluda ma includa, abili e disabili, palestinesi e israeliani.
Franca Dumano dialoga con Hamdan Jewe'i è un libro che testimonia la grande voglia di vivere del suo protagonista, una volontà tale da spazzare via ogni pregiudizio e fanatismo. Affinché la voglia di gettare un ponte sia più forte del rancore. Perché come diceva Gandhi occhio per occhio il mondo diventa cieco.


giovedì 9 novembre 2017

Schegge di verità di Monica Lombardi


Una ragazza si sveglia in un ospedale senza memoria. Come è finita lì? Perché non ricorda nulla?
Si scopre così che è stata rapita insieme ad una sua amica, ma mentre lei è riuscita a fuggire, l'altra è ancora prigioniera dai suoi aguzzini. Parte così una lotta contro il tempo per ricostruire un passato che sembra imprigionato nella nebbia, indizio dopo indizio,  nel disperato tentativo
di mettersi sulle tracce dei rapitori.
La protagonista sarà aiutata nel suo percorso dal Commissario Emilio Arco e dalla medium Ilaria, nonché da un'affascinante psichiatra: tutti insieme la guideranno attraverso la foschia della sua amnesia per cercare di ricostruire il suo passato.
L'ho trovato, in verità, un giallo un po' sopra le righe. Il fulcro della storia, più che l'indagine in sé, sono infatti le emozioni e la caratterizzazione delle personalità dei personaggi: lo spaesamento della protagonista che non sa più chi è e la sua inopportuna attrazione per un uomo che non può avere, la disperazione di Andrea che lotta per poter tornare a stringere la donna che ama, la calma energia di Ilaria che vive sul baratro dell'orrore altrui, l'acume del commissario che intesse le indagini come un abile ragno.

Le avevano detto che si chiamava Livia. Un nome come un altro, non le diceva proprio niente.

Schegge di verità è un libro che all'inizio coinvolge il lettore ma si perde poi, rallentando il ritmo e inanellando una serie di colpi di scena un po' troppo prevedibili. Non conoscevo l'autrice originaria di Noavara e sono rimasta comunque colpita dal suo stile diretto e coinvolgente: Monica Lombardi riesce infatti  nell'ardua impresa di coniugare due mondi così lontani come il thriller e la commedia rosa fondendoli nell'ibrido del romatic supsense, genere che appunto mescola indagini e sentimenti, senza sconfinare nel gusto macabro dei giallisti del Nord Europa.
L'epilogo un po' troppo sbrigativo è forse la nota che stona di più. Ma il finale aperto e l'esistenza del sequel lascia presagire che le risposte mancanti arriveranno nel prossimo capitolo. (O almeno spero).

Indicazioni terapeutiche: per chi cerca un buon giallo non troppo impegnativo.

Effetti collaterali: William Shakespeare affermava che un nome è soltanto un nome: Cosa c'è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo.
Eppure cosa rimane di noi quando ci vengono portati via i nostri ricordi e le nostre certezze?
La mente è come uno specchio e quando va in frantumi diventa impossibile riconoscervisi e quindi riconoscersi. Il confine tra la realtà e immaginazione si sfuma. Restano solo schegge. Schegge di verità.


giovedì 26 ottobre 2017

IT di Stephen King


Ieri sera sono andata a vedere il nuovo remake di IT. Che delusione. Il film non regge il confronto con l'originale del 1990 ma sopratutto scompare se paragonato al libro da cui è tratto. IT è umanamente riconosciuto, a ragione, il capolavoro di Stephen King.
La trama la conoscete tutti, così come tutti conoscete lui, IT,  la creatura che si sveglia ogni 27 anni per nutrirsi degli abitanti di Derry. Penny Wise, il clown che ha popolato gli incubi di intere generazioni di bambini.
Ma etichettare questo romanzo come un semplice libro horror sarebbe riduttivo, IT è molto di più. In primo luogo è un grande romanzo di formazione che narra le vicende di un gruppo di ragazzini e di come la loro amicizia li abbia resi tanto forti da battere un mostro millenario, un mutaforma capace di assumere l'aspetto delle loro paure più recondite.


L'unico modo per andare avanti è andare avanti. Dire lo posso fare anche quando sai che non puoi. 

Il romanzo è costruito attraverso continui salti temporali tra il presente (la storia 
 è ambientata negli anni '80 considerando che l'opera è stato pubblicato nel 1986), in cui i
protagonisti sono ormai cresciuti e hanno dimenticato la loro città natale, e l'estate del 1957-58, durante la quale affrontarono per la prima volta IT, in un continuo rimando tra
l'infanzia e la maturità, tra la capacità di credere che tutto sia possibile e lo scetticismo dell'età adulta. Riusciranno i nostri eroi a ritrovarsi e a battere, questa volta per sempre, l'incubo della loro adolescenza?


Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po' di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c'è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.

La grande forza di King sta nell'aver saputo costruire un grande affresco della società americana: Derry è  l'emblema della società occidentale disposta a sacrificare vittime innocenti sull'altare dell'ipocrisia e del perbenismo. IT è allo stesso tempo un mostro alieno ma anche una componente imprescindibile della cittadina del Maine, capace di vivere e prosperare grazie ai suoi abitanti e alle loro angosce segrete. Non c'è IT senza Derry, così come non c'è Derry senza IT, in una sorta di patto non scritto di reciproca protezione.
A spezzare questo perverso incantesimo arriveranno loro, i membri del Club dei Perdenti, Bill, Bev, Ben, Stan, Richie, Eddy e Mike, ognuno diverso, ma ciascuno simile nella propria solitudine. Sarà la loro capacità di credere nella magia, di capire che la vera forza scaturisce dalla capacità di restare unti, combattendo gli uni per gli altri, che li aiuterà non solo a sconfiggere il mostro per antonomasia, ma le loro paure più inconfessabili. Ciò che è certo è che dopo la battaglia non saranno più gli stessi: nello scontro scopriranno infatti di essere più forti di quanto avrebbero mai immaginato. Ma il marchio dell'orrore resterà loro addosso, come una cicatrice indelebile, che li costringerà a dimenticare per sopravvivere.


Forse non esistono nemmeno amici buoni o cattivi, forse ci sono solo amici, persone che prendono le tue parti quando stai male e che ti aiutano a non sentirti solo. Forse per un amico vale sempre la pena avere paura e sperare e vivere. Forse vale anche la pena persino morire per lui, se così ha da essere. Niente amici buoni. Niente amici cattivi. Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore.


Ciò che rende questo libro un capolavoro nel suo genere è la capacità di affrontare molti temi importanti come il bullismo, il razzismo, la violenza e gli abusi familiari, l'integrazione. IT è soprattutto una grande metafora sulla difficoltà di diventare grandi e un'indimenticabile inno all'amicizia e al potere indistruttibile di certi legami.
I  pomeriggi estivi infiniti passati tra mille avventure, i giochi ai Barren, le corse in bicicletta, ricordi indelebili di un'infanzia perduta per sempre. Forse per questo giunta alle ultime pagine di questo romanzo sono stata assalita da una strana malinconia. Lasciare Bill e la sua Silver, le battute di Richie, la gentilezza di Ben, gli sguardi timidi di Bev è stato un po' come lasciare un gruppo di amici.

Indicazioni terapeutiche: per chi vuole esorcizzare le proprie paure.

Effetti collaterali: In fondo ognuno di noi ha combattuto il proprio incubo durante la propria adolescenza.. Come afferma King i mostri sono reali e anche i fantasmi sono reali. Vivono dentro di noi e, a volte, vincono. Tuttavia fuggire davanti ad essi senza trovare mai il coraggio di affrontarli equivale alla peggiore delle sconfitte.


venerdì 20 ottobre 2017

L'amore addosso di Sara Rattaro


Una donna soccorre un uomo che ha avuto un malore sulla spiaggia e lo segue all'ospedale, dove per uno strano scherzo del destino è stato ricoverato anche suo marito, vittima di un incidente mentre era in compagnia dell'amante.
La realtà celata dietro il velo delle apparenze è ben diversa: l'uomo con cui Giulia, la protagonista, si trovava non è sconosciuto ma in realtà è il suo amante. Il caso beffardo l'ha presa per mano fino a condurla lì, al capezzale dei soli due uomini che abbia mai amato. Da una parte c'è Emanuele, suo marito, che l'ha salvata da una madre opprimente, che l'ha presa per mano e l'ha amata nonostante le sue ritrosie. Dall'altra Federico, il suo amante, l'uomo per cui è pronta a rischiare tutto, a lasciarsi ogni segreto e rimpianto alle spalle.

Ma soprattutto aveva stretto una parte di me con così tanta forza che se l'era portata via quando se n'era andato. Per questo ero finita lì, perché in vita mia non riuscivo mai a tornare indietro.

Tra le corsie dell'ospedale si consuma il dramma della protagonista femminile di questo romanzo che, schiacciata dal dolore, prova a ripercorre la sua storia, nel vano tentativo di tirare le fila di un'esistenza che pare sfilacciarsi, sciogliendosi come un gelato al sole.
Giulia che è moglie, figlia, amante. Giulia che lavora, che ride, che ama. Giulia che nasconde un terribile segreto, una cicatrice attorno alla quale ha costruito la sua vita, una bella vita, almeno in apparenza.
Ma la felicità non assomiglia quasi mai ad una lista della spesa. Per quanto si voglia o si possa lottare, ci sono vuoti che non riusciamo a colmare, assenza che bruciano più di qualsiasi presenza.

Non importa quale sia la luce che ci illumina. Importa che ci sia qualcuno disposto a guardarci.
L'amore addosso rimanda al senso di soffocamento che affligge Giulia, il suo essere fin troppo avvolta, prigioniera dei tanti ruoli che si è lasciata cucire addosso suo malgrado, incapace di lottare, di dire no. È il prototipo della brava ragazza che si sente sempre obbligata a fare ciò che gli altri si aspettano da lei.
Ecco che il tradimento diventa allora una fuga, un modo per riaffermare sé stessa, e soprattutto un modo per prendersi una rivincita, non tanto nei confronti di suo marito, ma di sua madre. L'intero romanzo infatti, più che indagare i sentimenti scaturiti dalle relazioni extraconiugali, si concentra sul tema della maternità, perché se ci sono tanti modi di essere madre, ce ne sono altrettanti per non esserlo.


Cos’è la felicità? Avere tanti soldi, figli perfetti, vivere in un paradiso e avere il lavoro dei propri sogni? E se, per caso, capitasse che i nostri figli fossero semplicemente come tanti altri, il nostro lavoro si limitasse a non dispiacerci e al posto del paradiso abitassimo in un luogo comodo? La verità è che la felicità spesso assomiglia molto al famoso bicchiere pieno a metà.

Sara Rattaro costruisce un'opera che parte con delle buone premesse, ma si perde strada facendo.  Benché infatti in apertura le tematiche trattate facessero ben sperare, la storia invece di crescere naufraga verso l'inverosmiglianza. Il finale fin troppo frettoloso e lo stile a tratti didascalico depotenziano una trama che sarebbe potuta essere travolgente.
L'amore addosso si limita ad essere una lettura piacevole che non tocca però nessuna corda in profondità. Peccato.


Indicazioni terapeutiche: per chi si è perso ma si è ritrovato; per chi non urla, ma ha imparato a sussurrare sommessamente per non esplodere.

Effetti collaterali: Ci sono tanti tipi di amore, quello tra madre e figlio, tra sorelle, tra amici, tra marito e moglie. Ci sono amori negati, sommersi, dimenticati. Altri che squarciano l'anima e lasciano un marchio indelebile. Altri ancora che curano le ferite, mormorando sommessamente al cuore. Quale di questi è vero? Quale di questi vale la pena vivere? Forse una risposta giusta non esiste.
Come scrive Federico a Giulia: E non ti arrovellare troppo nel trovare spiegazioni: ricordati che esistono domande alle quali si possono dare solo risposte sbagliate.

lunedì 2 ottobre 2017

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

“Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore non trovi?”
È così che è iniziata. Un giorno Louise bussa alla porta di Addie e gli domanda se ha voglia di passare le notti insieme a lei. Non per sesso, ma per tenersi per mano nel buio delle coperte, in cerca di un po' di calore umano e di comprensione. Tra i due nasce così una tranquilla routine, che sfocia presto in un tenero affetto, un lumicino destinato a scaldare il cuore di due anziani vedovi, che non hanno nessuna colpa se non quella di non essersi inariditi, di non aver perso la voglia di aprirsi all'altro, di godere delle piccole cose di ogni giorno.
Un sentimento puro destinato malauguratamente a scontrarsi con lo spietato conformismo della piccola cittadina in cui abitano, Holt, in Colorado. I due protagonisti non solo saranno oggetto di biasimo da parte di vicini, amici, conoscenti, ma dovranno lottare anche contro la cieca disapprovazione  delle loro famiglie.



Ho deciso di non badare a quello che pensa la gente. L'ho fatto per troppo tempo, per tutta la vita. Non voglio più vivere così. Dà l'idea che stiamo facendo qualcosa di sbagliato o scandaloso, qualcosa di cui vergognarci.


Kent Haruf confeziona una storia tenera e spietata, tratteggiando in modo pulito e sobrio il nascere di una promessa che è in sé portatrice di speranza e felicità, un patto tra due anime quiete per combattere il mostro peggiore di tutti, la solitudine. Un'amicizia nata come antidoto al silenzio della notte che cala come un sipario, lasciando sbigottiti e impauriti, in balia dei pensieri e dei timori più oscuri.


Amo questo mondo fisico. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L'erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio e parlare con te.

Le nostre anime di notte è un romanzo semplice, delicato, lieve come un fiocco di neve. Come lo stile di Haruf, essenziale e sfrondato, capace tuttavia di emozionare e coinvolgere, senza dover per forza ricorrere a voli pindarici e retoriche affettate. Eppure lascia il segno. Un romanzo sull'amore e sul coraggio che nasconde, neanche troppo velatamente, una critica al perbenismo e all'ipocrisia di tutti coloro che hanno fatto dell'apparenza la propria ragione di essere.
Del resto si sa, la gente ti perdona tutto, tranne la felicità.

Indicazioni terapeutiche: per chi crede che il cuore non invecchi mai.

Effetti collaterali: Si avverte tra le pagine l'urgenza da parte di Haruf di terminare il libro ( Le nostre anime di notte è uscito postumo). Il motivo è da ricercare senza dubbio nella malattia che affliggeva lo scrittore. Eppure, anche se vicino alla morte, l'autore è riuscito a lanciare un grande messaggio di speranza: anche quando la vita che è trascorsa è più di quella che resta da vivere, resta sempre  accesa la possibilità che ancora qualcosa di buono possa arrivare.

martedì 26 settembre 2017

Il mare dove non si tocca di Fabio Genovesi

Mi tolgo subito il sassolino dalla scarpa. Ho letto tutti i libri di Fabio Genovesi e non posso che patteggiare per lui. Per il modo in cui mischia, in maniera sempre nuova e sorprendente, ironia e malinconia. Per come descrive una terra, la sua, che poi è anche la mia, che, se non ne fossi già ammaliato, te ne innamoreresti all'istante. Perché è uno scrittore di successo ma ai salotti milanesi preferisce Forte dei Marmi, non quella glamour però. Quella nuvolosa e deserta, quella che rimane quando i turisti  tornano a casa, con la valigia piena di ricordi delle serate estive e dei mirabolanti fuochi di Sant'Ermete, ma noi restiamo qui. E magari lo incontri sul pontile a parlare di muggini coi pescatori.
Eppure il suo libro precedente, Chi manda le onde, non mi era piaciuto e ve lo avevo confessato nella mia recensione ( leggi qui ) . Mi ero sentita quasi tradita nelle mie aspettative.
E poi il romanzo vinse il Premio Strega Giovani 2015.
E mi sono sentita un po' così. In colpa. Come se non avessi capito tutto quello che c'era da capire. Così il 5 settembre quando è uscito Il mare dove non si tocca sono corsa ad acquistarlo. E per una strana legge del contrappasso, premio o no, questa volta quest'ultimo romanzo mi è entrato sotto pelle subito, come un sapore di buono che ti resta in bocca per ore e nella mente per giorni.

La solitudine è così, non devi mica essere solo per sentirla, ti prende anche in mezzo alla folla, perché quando ti senti solo davvero non è che ti mancano tante persone, te ne manca una, ma tanto. 


Il mare dove non si tocca è la storia di Fabio, un ragazzino che abita in un paesino di provincia, e della sua strampalata famiglia: il babbo aggiusta-tutto che assomiglia a Little Tony, la nonna che apparecchia sempre anche per il nonno che non c'è più e loro, i nonni o meglio, gli zii.  Aldo, Aramis, Adelmo, Arno, Athos, sui quali grava una terribile maledizione, che li condanna a diventare matti, se non si sposano entro i quaranta anni. Rumorosi e polemici, impetuosi e rissosi, capaci di catturare qualsiasi animale che corra, voli o nuoti,  rappresentano la quintessenza dell'eccentricità. Ma d'altronde in Versilia siamo fatti così: ci piace esaltare la stranezza, sopratutto la stranezza della vecchiaia.

Il Villaggio Mancini è  un po' villaggio del Far West, un po' Macondo, con un chiaro rimando al realismo magico di Marquez. Non c'è contraddizione: come ha affermato lo scrittore fortemarmino durante una sua presentazione "Il realismo magico è l'unico realismo autentico, perché se si pensa che la realtà sia la fila alle poste, le notti insonni, ... Quella non è la realtà. Quella è solo la crosta della realtà."

Perché il pesce tuo non te lo prende nessuno. Nuota strano, nuota a caso, ma eccolo che arriva a te.

Il piccolo Fabio cresce, senza perdere il suo sguardo disincantato, tra gare di presepi e coccinelle, tra gite ai monti col parroco e funghi scintillanti,  tra la solitudine e la paura di non essere abbastanza simile agli altri. Se c'è una lezione che il protagonista impara è che non puoi prepararti. Che la vita ti rovescia addosso comunque tutto, come il lavarone che il mare butta sulla spiaggia. Non importa quanto preghi, quanto ti impegni ad essere bravo, non conta nulla. Tanto vale inseguire quello che ami, che tanto il dolore ti cade addosso lo stesso e non c'è verso di scansarlo.
Il mare dove non si tocca è così. Si ride, ci si commuove, si ride ancora. Si legge la storia di Fabio e vi si riconosce la propria, in una sorta di riflesso cangiante, di piccolo sussulto che riporta ognuno di di noi alla propria infanzia, un luogo abitato di ricordi, mostri e sogni infranti.

...io lì per lì quest'anima non me la sapevo immaginare, poi però l'ho capito che l'anima di ogni persona è proprio questa qua: è la sua storia da raccontare, e più è bella più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre.

Fabio Genovesi ci racconta la sua storia, come è stata ma soprattutto come sarebbe potuta essere, cosicché il lettore non sa mai dove finisce la realtà e dove inizia la finzione narrativa.
Il valore aggiunto di questo romanzo sta proprio nell'universalità del suo significato intrinseco: Fabio cresce a Vittoria Apuana ma il libro sarebbe potuto essere ambientato benissimo in un un paesino in Brasile o in Turchia. Se c'è una cosa che vale per tutti è propria questa: casa tua, il posto dove sei nato, è  diverso e uguale per tutti. Allora raccontare la provincia per Genovesi diventa un modo per dare vita ad un grande racconto epico, su modello della grande narrativa americana, una sorta di "mitologia dei posti". L'autore parla dei posti degli altri parlando del suo e così facendo compie la magia: accende il calore e l'amore che ognuno ha per il suo pezzo di mondo, quello spicchio dell'universo che è solo nostro,  ma che, paradossalmente, condividiamo con il resto dell'umanità.

Indicazioni terapeutiche: per chi è rimasto bambino, per chi ha paura del mare aperto ma si tuffa lo stesso, per chi non perde la speranza.


Effetti collaterali: Non sempre ciò che ci allontana dalla strada comune, che ci fa essere dissimili dalla moltitudine è un male.  Anche la solitudine può essere un valore, se ci spinge fuori dalla nostra rete di sicurezza, dove niente è sicuro o conosciuto, ma dove sono nascoste anche infinite possibilità, come tesori sepolti in fondo al mare. Solo dove non si tocca si nuota davvero.



lunedì 11 settembre 2017

Chirù di Michela Murgia

Michela Murgia è balzata alla cronache per le sue stroncature nel corso del programma Quante storie su RAI3, in perenne bilico tra ironia e cattiveria al vetriolo. Non sarà simpatica, ma non si può metterne in dubbio l'intelligenza e l'acume. Eleonora, la protagonista del romanzo Chirù, le assomiglia. Una donna forte, colta, anche lei figlia della sua amata Sardegna.
Eleonora è un'attrice di teatro, alle soglie dei quarant'anni, animata da una speciale vocazione, quella di prendere sotto la sua "ala" giovani talenti acerbi, di mostrare loro la via per il successo, in una sorta di apprendistato sui generis, dove nulla si insegna ma qualcosa si impara sempre.


Vorrei poter dire che quella tra noi fu un'immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirù lo riconobbi dall'odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell'odore era lo stesso mio.

L'allievo prescelto è lui, Chirù. Scanzonato allievo di violino al Conservatorio che sogna un futuro da grande artista, alla bramosa ricerca di una guida.
Li separano venti anni e una diversa consapevolezza: da una parte la "maestra" che forte del proprio fascino e della propria esperienza gode della propria posizione privilegiata, nutrendosi dell'ammirazione e dell'ingenuità del giovane ammiratore, dall'altra l'ambizione di un ragazzo disposto ad assorbire ogni insegnamento, a farsi plasmare, a diventare altro, pur di avere l'occasione della vita.


Della sua fragilità in quell'istante amai proprio quello che dell’amore si paga piú caro: l’assenza di calcolo e di misura che appartiene solo alle cose nate libere. 

Un rapporto che travalica i ruoli mentore-allievo per sconfinare nel desiderio, ma non di certo nell'amore. Non c'è nessuna affinità elettiva ma un riconoscersi, una volontà di appagamento che assomiglia più al controllo che non alla generosità. Eleonora non si compiace forse della debolezza e della fragilità di Chirù ? Non cadrà, suo malgrado, ella stessa vittima della sua incapacità di comprendere che è destinata ad essere travolta dai suoi stessi insegnamenti?
Chirù non è un libro sui sentimenti ma sul potere e sulle relazioni, o meglio sul potere nelle relazioni. Che lo si ammetta o meno è sempre presente una tensione all'interno di un rapporto, un gioco di ruoli destinato a decretare un solo vincitore. Forse anche per questo la storia vira in direzione del'iper-soggettivismo: ogni emozione, ricordo, avvenimento è filtrato attraverso  gli occhi della protagonista femminile, mentre tutti gli altri personaggi, quasi prettamente maschili, appaiono evanescenti, diafane figure sullo sfondo.

Ho coltivato una speciale diffidenza per chi si compiace di dire sempre quello che pensa. Temo con ogni fibra quel tipo di persona che è pronta a scambiare per pensiero il moto casuale di tutto quello che gli passa per la testa e chiama sincerità l’incapacità di controllarlo.

La Murgia è una maestra di stile, tagliente, puntuale e barocca al tempo stesso. Una che, importa poco cosa scriva, si percepisce che ha qualcosa da dire. Questo romanzo, a fronte di una storia disadorna e a tratti sconnessa, mi ha colpito per i dialoghi intensi, per i non detti che pesano più che mille parole. Un libro che, anche se  a tratti sembra perdersi, regala in ogni caso un'esperienza appagante.

Indicazioni terapeutiche: per chi crede che ogni legame implichi una forzatura della propria natura.

Effetti collaterali: L'Eleonora del presente, affascinante e sicura di sé, ha un legame profondo con la bambina che è stata, una figlia oppressa da un padre prevaricatore e una madre debole che la colpevolizzava invece di proteggerla. Il bisogno di avere il controllo, di trovare un sostituto ad un figlio mai avuto, affonda le radici lì. Nel bisogno di riaffermare una femminilità troppo a lungo negata, di essere padrona non solo della sua vita, ma anche artefice del destino altrui.