mercoledì 25 aprile 2018

E tu splendi di Giuseppe Catozzella


Arigliana, un paese inventato incastonato tra le colline lucane, è il teatro di una storia in cui si intrecciano l'innocenza del protagonista, appena bambino,  e la brutalità di un mondo che fa sconti a nessuno.
Pietro, dopo essere stato bocciato a scuola, viene mandato dal padre a trascorre l'estate, assieme alla sorella Nina, a casa dei nonni. Pietro si sente solo: la mamma è "andata avanti",  ad aspettarli in un posto migliore. Ma a lui non importa, continua a parlarle e a chiederle consiglio ugualmente, anche se ogni volta che lo fa avverte una morsa alla pancia. La nostalgia che lo assale in alcuni momenti è talmente forte che assume le sembianze di un cane che gli lacera la carne. Un dolore sì forte ma che nel tempo è diventato così familiare che Pietro gli ha dato un nome: Canetto.

Certe volte mi prendeva tutto un desiderio di essere di più di me, mi sentivo così piccolo e così grande insieme che sarei voluto scoppiare, e quella era una di quelle volte.

La vacanza al paese dei nonni materni sarebbe dovuta essere come una boccata d'aria fresca, il ritorno ad una tranquillità perduta, ma non andrà così. Il lento tran-tran del piccolo paese di case di pietra è destinato infatti ad essere travolto per sempre: ad Arigliana arrivano gli stranieri. La comparsa sulla scena di un gruppo di immigrati verrà accolta con astio dagli abitanti che, chiusi nella loro diffidenza, non sembrano, almeno in un primo momento, disposti ad accettare di buon grado i nuovi venuti.
Si sa, le novità spaventano, perché non è possibile controllare ciò che non si conosce.
Ma come sempre accade, ogni cambiamento, pur piccolo che possa essere, è destinato ad innescare un'imprevedibile catena di eventi. Saranno proprio i nuovi arrivati infatti a dare il via a un tentativo di rivalsa, riattizzando una voglia di lottare che sembrava sopita per sempre, tornando a far vibrare la speranza di un Sud, stanco e rassegnato, in cui si mescolano sogni e disillusioni. Tutto è destinato a trasformarsi o si tratta soltanto di un miraggio?

Poi si è girato verso il quadretto appeso in cucina, e mi ha chiesto di leggere quello che c'era scritto. Io non avevo voglia, ma nonno ha insistito. Così ho letto. «Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né la speranza, né la ragione, né la storia,» ho detto.

Giuseppe Catozzella, dopo il successo del romanzo Non dirmi che hai paura, torna ad affrontare uno dei temi più attuali e dibattuti dei nostri tempi, quello dell'immigrazione. Ma non solo. Questo libro non fa riflettere soltanto su tematiche come l'integrazione, la paura del diverso, il razzismo; l'autore sceglie infatti volutamente di ambientare il suo racconto in un paese del profondo Sud Italia, dove neanche Cristo è mai arrivato. Un luogo fuori dal tempo, che incarna tuttavia una certa mentalità italiana, quella rassegnata all'inefficienza, all'ingiustizia, al malaffare. Chi ci vive è condannato ad un'esistenza vissuta all'ombra di uno spettro, quello della mafia, che spegne ogni iniziativa, soffocando qualsiasi seme di speranza o volontà di cambiamento.

Io i miei nonni li odiavo, perché ai miei nonni mancava l'unica cosa che fa di un uomo un uomo: il coraggio.

Eppure un barlume di speranza è possibile. Nonostante la xenofobia, l'ingiustizia, la rabbia, sembra voler dire l'autore, si può scegliere: scegliere di non arrendersi, di non perdere la voglia di lottare, di vivere, di splendere. Catozzella sceglie di raccontare e raccontarsi attraverso gli occhi del protagonista, uno sguardo carico di fragilità, capace tuttavia di cogliere le spietate contraddizioni della nostra società, in cui imperversa una guerra tra poveri, mentre chi fomenta l'odio e l'intolleranza si arricchisce in silenzio. Perché le cose che salvano nella vita sono salate: le lacrime, il sudore, il mare. 

Indicazioni terapeutiche: per chi lotta contro il pregiudizio per essere migliore, per chi vede nel diverso un'opportunità, per chi non si rassegna alla prevaricazione.

Effetti collaterali: La grande assente d questa storia è la mamma di Pietro. È lei che consegna al figlio il messaggio che racchiude la lezione profonda di questo romanzo. Mai abbandonarsi alla paura. Mai rinunciare. mai chiudersi in sé stessi. Anche se il mondo è un luogo spaventoso, senza pietà, crudele.  Anche se il nostro unico desiderio è chiudere tutto il male fuori.“E TU SPLENDI.”
E' questo il testamento spirituale che la mamma consegna al figlio, citando - come spiega lo stesso Catozzella -la trascrizione sbagliata di uno stralcio dalle “Lettere luterane” di Pier Paolo Pasolini: “Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece.”


venerdì 13 aprile 2018

Mi vivi dentro di Alessandro Milan



Non tutte le storie d'amore hanno un lieto fine, ma non per questo non meritano di essere vissute, o raccontate. Questo libro è la testimonianza di un sentimento che semplicemente non finisce, ma va oltre. Oltre la morte, la malattia, la sofferenza.

"Io non sarò mai la mia malattia" diceva Francesca. Era il suo urlo di rabbia contro il tumore, era il motivo che la spingeva a mettere su il suo bel musino di tolla e a parlarne con il sorriso sulle labbra. Questa invece è, a oggi, la mia debolezza più grande. Quella malattia che lei, anche se in modo tragico, alla fine ha messo via, per me è ancora una ferita aperta. E come tutte le ferite, brucia. Vorrei ascoltare le righe di Wondy e riuscire a sorridere. 

Alessandro e Francesca sono una coppia come tante, o forse, come poche, innamorata e affiatata, quando nella loro vita irrompe il tumore. Francesca è una piccola donna dagli immensi occhi blu e i biondi capelli arruffati, fragile solo all'apparenza. Francesca è una forza della natura, coraggiosa, positiva, sempre allegra: è una Wonder Woman in carne ed ossa, per questo per gli amici è semplicemente Wondy. Con l'innato entusiasmo che la contraddistingue affronterà ogni visita, ogni ricovero, ogni ricaduta, scegliendo di raccontare, per essere un'ispirazione per altri malati come lei, la sua battaglia in un libro.
Accanto a lei suo marito, il suo compagno di vita, che ha vissuto con lei quel viaggio senza ritorno, cercando di barcamenarsi tra il timore di non essere abbastanza e la paura del futuro, un futuro nel quale sarebbe rimasto da solo a lottare contro i fantasmi di una disperazione troppo grande da arginare.


Oggi è un signor bonsai. Ha affrontato il gelo dell’inverno, ha superato l’abbandono di chi si doveva prendere cura di lui, ha attraversato il dolore dell’assenza da solo. Chissà, a un certo punto avrà anche pensato di lasciarsi andare. Ma oggi splende. Di verde smeraldo. Il “dopo” nel quale prendersene cura è arrivato,quando sembrava troppo tardi. Invece non è mai troppo tardi. Oggi, quel bonsai sono io. 

Questo libro parla di lui. Del suo tentativo di essere all'altezza della donna che aveva amato, di non lasciarsi schiacciare, di essere forte per sé stesso e per i suoi due figli, Mattia e Angelica.
Come si fa?
Come si sopravvive alla notizia che tua moglie ha un mese di vita? Come riesci a guardarla negli occhi, sapendo il poco tempo che vi resta da vivere insieme?
Alessandro Milan, giornalista di Radio24, riesce a verbalizzare, senza troppa retorica o inutile pathos, un dolore indicibile. Lo fa in nome di un obiettivo più nobile, testimoniare che non solo un percorso è doveroso, ma è possibile tornare a sorridere, salvarsi, andare avanti. Soprattutto, continuare a vivere.
Mi vivi dentro è un inno alla resilienza: la morte fa parte della vita, così come la sofferenza, ma si può scegliere. Scegliere di non accartocciarsi su sé stessi, ma farsi attraversare dalle emozioni negative, morire un po' per rinascere. Un po' ammaccati, fiaccati, spezzati, ma più forti prima.


Indicazioni terapeutiche: per i resilienti, per chi è sopravvissuto, per chi ogni giorno si veste del suo miglior sorriso per affrontare il mondo.

Effetti collaterali:  Non vi racconterò stupide favolette. Wondy ha perso la battaglia. Perché lei voleva vivere. Francesca amava follemente vivere. Se cercate l'happy ending questo libro non fa per voi. Ci si commuove e si piange, molto. Ma anche se quella di Alessandro e Francesca non è una favola, qualcosa insegna. L'unico modo per vivere veramente a pieno la propria esistenza è vivere senza paura.