martedì 20 dicembre 2016

Il prigioniero del cielo di Carlos Ruiz Zafon




Come si suol dire non c'è due senza tre. Non avevo ancora chiuso l'ultima pagina de Il gioco dell'angelo che mi sono gettata nelle atmosfere de Il prigioniero del cielo, impaziente di ritrovare Daniel, Fermin, David, i personaggi a cui mi sono affezionata.
Sarò sincera mi aspettavo che questo romanzo rispondesse a tutte i quesiti sollevati nei primi dalla penna di Zafon. Missione compiuta?
In parte.
Possiamo dire che questo terzo capitolo si configura come un libro di raccordo, che tira la fila degli eventi già raccontati, mettendo in luce collegamenti che erano rimasti nascosti, e al, tempo stesso, getta le basi per il quarto capitolo, Il Labirinto degli Spiriti.


Un buon bugiardo sa che la menzogna più efficace è sempre una verità a cui è stato sottratto un elemento fondamentale.

Torniamo di nuova a Barcellona, questa volta nel 1957. Daniel Sempere è ormai adulto: si è sposato con Bea e lavora nella libreria di famiglia. Sembrano ormai dimenticati le inquietudini della giovinezza, quando inseguiva il fantasma di Julian Carax.
Una mattina, mentre si trova da solo, entra nella libreria un uomo piuttosto strano per acquistare una rara copia del Conte di Montecristo come regalo per Fermin, con tanto di dedica sibillina: “A Fermin Romero de Torres, che è tornato dal mondo dei morti e possiede la chiave del futuro. Firmato 13”.
Scosso da questo incontro per nulla piacevole e preoccupato per l'evidente stato di ansia dell'amico, Daniel chiede a Fermin cosa lo turbi. Il suo racconto aprirà una porta sul doloroso passato che è tornato a tormentarlo.
Attraverso un flash back, torniamo quindi indietro di venti anni, scoprendo in tal modo l'intera storia di Fermìn, cos'è successo davvero a Isabella, la madre di Daniel, e che fine ha fatto David Martìn.


- Le fa ancora male?
- A volte.
- Le cicatrici non se ne vanno mai, non è vero?
- Vanno e vengono, credo.


Il prigioniero del cielo ruota indiscutibilmente intorno al personaggio di Fermin, che attraverso i suoi ricordi ci trascina dentro gli orrori della Spagna franchista, la false accuse, la prigione, le torture e l'ascesa di personaggi viscidi e senza scrupoli, come Mauricio Valls, direttore del carcere di Montjuïc.
È lui, la spia ironica e sagace, il buono della storia, l'unico che resta sempre fedele a sé stesso e ai suoi valori, la lealtà e l'amicizia. Nonostante le sofferenze subite, in lui è rimasta una luce, capace di scaldare chi lo circonda. Se Andreas Corelli è il Diavolo tentatore, Fermin, in chiave antitetica, simboleggia l'angelo custode, colui che dall'ombra si prende cura dei suoi protetti.


Il futuro non si desidera, si merita.

Zafon ci consegna un libro, certamente meno articolato ( e purtroppo anche meno corposo) dei precedenti, che ruba spazio all'azione per dedicarsi maggiormente alla dimensione affettiva e introspettiva dei personaggi. L'animo umano si configura come un campo di battaglia tra sentimenti opposti che scuotono gli attori in scena, come se i tumulti interiori non fossero che un riflesso della violenza che alberga nel mondo reale.
Come nelle sue altre opere, lo scrittore spagnolo mischia con sapienza realismo e mistero, paura e coraggio, bene  e male, creando un mix perfetto che tiene incollato il lettore alle pagine. Il finale aperto vi lascerà col fiato sospeso, costringendovi a correre in libreria per sapere come va a finire la storia.

Indicazioni terapeutiche: per chi ama Zafon e la Barcellona creata dalla sua penna.

Effetti collaterali: Non esiste una ricetta magica che ci tenga al riparo dalle delusioni, dall'amarezza, dai rimorsi. Vivere implica imparare a gestire la rabbia, la frustrazione, il dolore. Non c'è altra via che convivere con la parte più buia di noi. L'alternativa è la pazzia.


martedì 13 dicembre 2016

Il gioco dell'angelo di Carlos Ruiz Zafon


Chiusa l'ultima pagina de L'ombra del vento, non vedevo l'ora di rituffarmi nelle atmosfere della Barcellona che scaturisce dalla penna di Zafon. Il gioco dell'angelo è una sorta di prequel: in questo secondo capitolo della tetralogia Il cimitero dei libri dimenticati facciamo un salto indietro. Ci troviamo infatti negli anni '20 e, con lo scorrere della pagine, capiamo che c'è un filo conduttore che, come è prevedibile che sia, lega le vicende narrate nel primo romanzo.
David Martin è un ragazzino che, rimasto orfano, si guadagna da vivere lavorando in un giornale. Il suo sogno è quello di diventare uno scrittore famoso, come il ricco Pedro Vidal, l'unico amico che, mosso a compassione dalla vita che misera che conduce e dalla sua solitudine, cerca di aiutarlo. Sarà proprio Vidal a procurargli un ingaggio con due loschi editori per pubblicare una serie di libri con lo pseudonimo di Ignatius B. Samson.

So che alberga nel cuore grandi speranze, ma che nessuna di esse si è realizzata, e so che questo, senza che lei se ne renda conto, la sta uccidendo un po’ ogni giorno che passa. 

In realtà la vita di David continua ad essere un inferno: costretto a scrivere senza sosta per rispettare le scadenze del suo contratto, vittima di continui mal di testa, si chiude sempre più in sé stesso, passando i giorni e e le notti a scrivere, sepolto vivo nell'inquietante casa che ha deciso di affittare.
Quando l'unico romanzo che pubblica con il suo nome viene stroncato dalla critica e perde il suo unico vero amore, l'angoscia lo assale. Scopre, inoltre, di avere un tumore al cervello e di essere condannato a morire, solo e abbandonato da tutti come ha vissuto.
È allora che compare sulla scena un''inquietante personaggio, l'editore Andreas Corelli che gli promette 100.000 franchi e la guarigione in cambio del suo impegno per scrivere un libro che possa fungere da testo sacro per una nuova religione. David decide di accettare ma ben presto si rende conto di aver stretto un patto maledetto e di aver perduto la sua anima per sempre.

In questo romanzo ritroviamo alcuni elementi che assicurano la continuità con L'ombra del vento: il Cimitero dei libri dimenticati, la libreria dei Sempere e il personaggio di Isabella, che, come si intuisce già dalle prime righe, altri non è che la madre di Daniel. Ma in realtà è un libro molto diverso dal precedente. Più oscuro, più tetro, oserei dire, privo di speranza. Quando Martin accetta di scendere a patti con Corelli segna infatti in modo irrimediabile la sua esistenza. Non c'è ritorno, né via di scampo.

E ogni vita d'artista è una piccola o grande guerra a cominciare da quella con se stessi e con i propri limiti. Per raggiungere qualunque obiettivo, c'è bisogno prima di tutto dell'ambizione e poi del talento, della conoscenza e, infine dell'opportunità.

Ho letto molte recensioni  negative su quest'opera, ritenuta da molti troppo fantasiosa e sconclusionata. Non sono d'accordo.
Trovo che l'aver lasciato più spazio all'elemento sovrannaturale abbia dato una marcia in più a questa storia. Punto focale è il personaggio di Andreas Corelli, che, come tutti gli indizi fanno presagire , incarna l'alter ego di Lucifero, l'angelo caduto scacciato dal suo stesso padre. Ma esiste davvero questa diabolica figura o è solo il frutto della pazzia dello stesso David Martin?
Questa è una delle tante domande sollevate dalla storia che però non trovano  riposta nell'epilogo.
E qui veniamo alla seconda critica che molti hanno mosso a Zafon, il non aver saputo dare una spiegazione a tutti le questioni aperte durante il racconto. Il finale stesso, dall'alto valore simbolico, si presta inoltre a più letture.
Non ritengo che questa caratteristica sia giocoforza un difetto, o il risultato di un romanzo scritto frettolosamente. Il gioco dell'angelo è un libro a più livelli di significazione che affronta tematiche complesse come la fede, il rimorso, la disillusione, il dovere, prestandosi a molteplici interpretazioni. Non siamo di fronte al classico giallo, nel quale seguendo le mollichine lasciate lungo la strada, si giunge facilmente alla soluzione ma si tratta di un romanzo che chiama in causa il lettore e le sue competenze, richiedendogli uno sforzo cognitivo superiore alla media.
Credo che, in ogni caso, con la lettura del terzo volume, Il prigioniero del cielo, tutti gli elementi, anche quelli più confusi, diverranno più chiari.

Le interessano le stesse cose che a lei. I libri, la letteratura, l'odore di questi tesori che ha qui e la promessa di passione e avventura dei romanzi popolari. Le interessa sconfiggere la solitudine e non perdere tempo a capire che in questo schifo di mondo niente vale un centesimo se non abbiamo qualcuno con cui condividerlo. Già sa l'essenziale. Il resto lo impara e se lo gode strada facendo.

Personalmente ho amato questo libro, che mi ha ricordato nella prima parte le atmosfere di Dickens, mentre il corpo centrale del racconto è giocato sul filo dell'opposizione tra realtà e dimensione onirica, normalità e pazzia, tanto che lo stesso lettore non riesce più a scindere ciò che è un'allucinazione da ciò che non lo è. Nonostante le ombre, ho parteggiato sempre per il suo protagonista, un individuo dallo straordinario talento costretto a lottare con le unghie e coi denti per un briciolo di felicità, punito per aver osato volare troppo alto, condannato a ferire chiunque abbia mai amato.

Indicazioni terapeutiche: per chi ha letto L'ombra del vento.

Effetti collaterali: Per alcuni lo stesso Corelli non esiste ma è l'incarnazione del lato oscuro dello stesso protagonista, delle sue rabbie più nascoste, un mostro nato dal suo odio più profondo, un golem spaventoso nato per annientare tutti i suoi nemici. Il male che ci fa più paura non è forse quello che alberga nel nostro animo?



martedì 6 dicembre 2016

L'ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon



Cosa c'è di meglio per un booklover di un romanzo che ha come protagonista un libro?
Questa non è una storia qualunque, ma parla di libri maledetti, di errori imperdonabili e amori perduti per sempre.
In una Barcellona  degli anni '40, avvolta dalla nebbia, grigia e minacciosa, Daniel Sempere, ragazzino figlio di un libraio, si imbatte casualmente nel romanzo di uno scrittore sconosciuto, le cui opere vengono sistematicamente bruciate da un losco individuo.

Una volta Julián ha scritto che le coincidenze sono le cicatrici del destino. Le coincidenze non esistono, Daniel: siamo solo marionette mosse dalla nostra incoscienza.

Il giovane Daniel, grazie all'aiuto dell'amico Férmin Romero de Torres, un individuo dalle mille risorse e dalla parlantina vivace, ricostruirà le vicende del misterioso scrittore, un complesso intrigo nel quale si intrecciano amore e odio, amicizia e tradimento, vita e morte. Scoprendo con crescente inquietudine che il fantasma dell'autore che insegue da così tanto tempo, gli assomiglia più di quanto vorrebbe ammettere.
La storia si sviluppa infatti su due diverse linee temporali: quella del protagonista e quella dello scrittore, Julian Carax, uniti da uno stesso destino, quello di vivere un amore impossibile, e condannati, sembra, ad essere vittime degli stessi errori.

"Scrivi dei libri. Scrivili per me. Per Penelope.”
Julian annuì, e solo allora comprese quando gli sarebbe mancato l'amico.
"E conserva i tuoi sogni." disse Miquel. "Non puoi sapere quando ne avrai bisogno."
"Sempre" sussurrò Julian, ma il ruggito del treno soffocò le sue parole.


Carlos Ruiz Zafon è riuscito a costruire un libro che fonde più generi: thriller, giallo, gotico, romanzo di formazione. Il risultato non è però un'accozzaglia di stili ma una storia ben congegnata, nella quale le tessere del puzzle sono destinate ad incastrasi alla perfezione.
Il personaggio a mio parere riuscito meglio è Fermin, che nasconde un passato di miseria con un surplus di ostentata allegria, dispensando saggezza e ottimismo. Simbolo di lealtà e fedeltà fa da contraltare all'antagonista della trama, l'ispettore Fumero, un individuo animato solo dall'odio e dal desiderio di una vendetta.


Si ama davvero una sola volta nella vita, Julián, anche se non ce ne rendiamo conto. 

L'ombra del vento, il primo romanzo della saga Il cimitero dei libri dimenticati ha sancito il successo di Zafon nel mondo. Quello che ho apprezzato  è soprattutto la capacità di questo scrittore di tratteggiare un universo di personaggi incatenati al loro fato, che si diverte a giocare con loro come fossero burattini, in una sorta di determinismo ineluttabile.  La stessa ambientazione,  una Barcellona teatro degli scontri della guerra civile, cupa, tetra, misteriosa e minacciosa, sembra incarnare le emozioni stesse degli attori di questa storia, piegati dal dolore e dal peso delle loro scelte.
Ma un barlume c'è. Il messaggio che lo scrittore vuole trasmettere è chiaro: l'importanza della letteratura. Le parole sono materia viva. Esse si animano e prendono vita ogni volta che qualcuno sfoglia una pagina di un libro. La parola scritta contiene in sé il dono dell’eternità , risuonando nel percorso di ogni lettore, incarnando le sue speranze o le sue delusioni più profonde.

Indicazioni terapeutiche: per chi ha lottato per un amore impossibile, per chi non si stanca di cercare la verità, per chi ha la fortuna di avere al suo fianco un amico fidato.

Effetti collaterali: Nei libri di Julian c'è un'idea che ho sempre sentito mia: continuiamo a vivere nel ricordo di chi ci ama. È questa l'unica vera immortalità: se si è stati amati, il proprio ricordo è destinato a non svanire mai.




Presentazione del libro "Non faccio finta" di Laerte Neri


C'è ancora spazio nel mondo di oggi per la poesia?
Quella dei versi stampati sulla carta che fruscia, quella che, a dispetto della forma e dei tempi, tocca qualche corda dentro di noi?
Per Laerte Neri sì.
Nasce così Non faccio finta, una raccolta di poesie pubblicata da Marco Del Bucchia Editore che vuole prima di tutto creare un momento di incontro, un ponte tra le persone. 
Mentre scrivere un racconto presuppone più tecnica, più ragione  e meno pancia, la poesia è soprattutto metafora, un linguaggio primario e primordiale che può emozionare o meno, ma, in ogni caso, arriva subito.
La poesia diventa un mezzo per cogliere l'invisibile, un modo per mettere in prospettiva gli avvenimenti, le sensazioni, gli umori.
Il titolo dell'opera richiama il primo componimento, nel quale l'io lirico confessa tutti i suoi limiti e le sue idiosincrasie. Ma non c'è resa, solo la presa di coscienza che la ricerca di un senso è possibile, basta non smettere di cercare.

Non faccio finta
Non faccio finta di essere un intellettuale,
però so pensare.
Non faccio finta di stare male.
a volte sono giù.
Non faccio finta di essere più di quel che sono
ma neanche meno.
Non faccio finta di non capire,
a volte sono lento.
Non faccio finta di essere preparato,
a volte non ho voglia di studiare.
Non faccio finta di essere gentile,
e a volte non  lo sono.
Non faccio finta di aver voglia di andare,
con loro non ci so comunicare. (...)





Il libro si divide in quattro macrosezioni:

  • La verità è ancora più in là, che ha come tema centrale la possibilità legata alla giovinezza, dove tutte le scelte sono ancora in divenire.
  • Con la paura per mano, che coincide con l'entrata nell'età adulta, una fase più matura e contraddistinta dal superamento di tutte quelle paure che da nemiche si fanno compagne di viaggio, legate al giudizio altrui, all'imponderabilità del futuro che perde parte delle sue attrattive, al timore di non essere "abbastanza".
  • Fra papaveri e fiordalisi e Cavalleggeri ( o della risata segreta dei cavalieri e dei cavali sensibili), la terza  e la quarta sono sezioni più libere. Uno dei focus è l'amore, non inteso come mero trasporto passionale, ma come progettualità, come cammino costruito giorno per giorno insieme all'altro. Un presente dove il possibile è ancora possibile, dove il divertimento e la leggerezza non sono perduti per sempre ma rivivono grazie alle emozioni, alla capacità di sentire. Perché se non senti l'amore, non puoi nemmeno riceverlo.

Una raccolta che, come lo stesso autore ha sottolineato, non ambisce a mandare nessun messaggio preciso ma cerca di far emozionare, riflettere, ricordare. Non c'è infatti un modo giusto per leggere una strofa, un significato precostituito, un messaggio implicito.


Corbezzolo
Vorrei essere il corbezzolo
che sta di lato a casa mia,
che è rigoglioso di frutti
e di fiori,
che è bellissimo anche se nessuno lo guarda,
che dona i suoi frutti anche se nessuno li mangia,
che è in armonia con l'azzurro di casa mia
e con l'orto di mio nonno
e con tutte le cose.


C'è semmai la ricerca di una verità, che non è mai assoluta, ma soggettiva e momentanea. "Leggendo la poesia giusta, contatto una parte profonda di me che bussa per essere ascoltata. - scrive Laerte Neri nella sua prefazione  - Scrivendo la poesia che mi scorre vicina, provo a dare un'identità alla mia verità (e anche una verità alla mia identità). Ecco, la ricerca della verità è la mia poetica. In queste poesie ho cercato una verità."
La verità ha a che fare con l'essere vivi, col sentire e il sentirsi. 
La poesia, come la letteratura più in generale, è come uno specchio, dove ognuno scorge qualcosa che risuona nel proprio percorso.
Questo è il lascito di cui questa opera ci fa dono. 
Un impulso vitale.
Un modo per riconnettersi con una propria parte di sé, quella bambina, quella adolescenziale, quella immatura, quella vera. Quella che è andata perduta. O forse no. Forse è sempre stata lì.