lunedì 18 dicembre 2017

Olive Kitteridge di Elizabeth Strout

Nel profondo Maine c'è una piccola cittadina Crosby, teatro di piccole tragedie quotidiane, dove il dolore del mondo sembra specchiarsi nell'animo dei suoi anonimi cittadini. A tenere le fila delle numerose storie è Olive Kitteridge, insegnate di matematica in pensione, dal carattere brusco e scostante.
Una serie di racconti il cui  fil rouge è proprio Olive, che talvolta compare come personaggio principale, altre volte come attrice secondaria, altre ancora ha un ruolo del tutto marginale. Attorno a lei e alla sua famiglia  ruotano infatti le vicende di conoscenti ed ex-allievi, che gravitano come piccoli satelliti intorno ad una stella capricciosa.
Contrariamente a quello che che si potrebbe pensare, l'unitarietà del racconto non ne risente, anzi, procedendo nella lettura si compone gradualmente un quadro, via via meno fosco, dal quale emerge la sensibilità e la visione del mondo della protagonista.

Si erano resi conto della gioia tranquilla di quei momenti? Molto probabilmente no. La maggior parte della gente non era abbastanza consapevole della propria vita mentre la viveva.

Questa raccolta ha il sapore dolceamaro della vita, di tutte quelle storie che ci sfiorano ma che non conosceremo mai, dei piccoli grandi dolori che ci affliggono, ci prosciugano, ci feriscono senza ucciderci. La scrittura di Elizabeth Strout è calda e intima, capace di tratteggiare la psicologia di ciascun personaggio in modo dettagliato e mai banale. Sembra quasi di passeggiare tra le staccionate bianche dei giardini di Crosby, tra l'emporio e il piccolo ufficio postale, di sentirsi addosso le occhiate indagatrici dei vicini di casa, i loro giudizi severi, che bruciano la pelle come lingue infuocate.

Durante il viaggio continuava a pensare: questa non può essere la mia vita. E in quel momento si rese conto che per la maggior parte della sua esistenza aveva continuato a ripetere tra sé: questa non può essere la mia vita.

La protagonista, Olive,  di primo impatto non è certamente un personaggio amabile, ma indimenticabile sì. Robusta, goffa, ruvida al limite dello sgarbato, burbera e solitaria. All'inizio è difficile entrare in empatia con lei, capire le ragioni per cui è restata accanto al marito Henry, che sembra a stento sopportare, o il figlio Christopher, per cui è poco più che un'estranea. Ma andando avanti nella lettura, ci accorgiamo che dietro l'arrogante freddezza di Olive si cela una fragilità inattesa, una sensibilità inaspettata, che ha fatto sì che, suo malgrado, sia rimasta nel cuore di molti suoi vecchi alunni. Una figura ingombrante che che non fa sconti e con cui tutti, prima o poi, si sono dovuti confrontare.
Sarà lei a compiere il percorso di crescita maggiore, negato invece al marito Henry (simbolo della dolcezza e dell'amore gentile), riconoscendo i propri errori e le proprie debolezze, senza però voler ambire a diventare una persona migliore. Una sorta di crudele contrappasso per cui la possibilità di redenzione viene donata a chi meno sembra meritarla.

E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Harry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perché non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l'altro.

Olive Kitteridge è un libro vero, che non abbellisce la realtà, anzi ce la mostra in tutte le sue sfaccettature, conducendoci per mano tra le pieghe più oscure dell'animo umano. Un'opera intrisa di malinconia che ci mostra in completa trasparenza le dinamiche sociali della piccola provincia americana, attraverso gli occhi disincantati, ma forse per questo più acuti, di una straordinaria osservatrice.

Indicazioni terapeutiche: per chi si guarda indietro col cuore colmo di nostalgia e rimpianti.

Effetti collaterali: Olive non è che una vittima del stesso suo isolamento, ma ciononostante determinata ad andare avanti senza mai mostrare nessuna incrinatura.  Chiusa nel suo doloroso riserbo e rassegnata ai duri colpi della vita, ha capito che a nulla vale imprecare e prendersela col destino. Resta in lei, come una gemma nascosta, un bramoso bisogno di un po' di tenerezza, una carezza gentile capace di squarciare il sudario della sua solitudine.
Non è forse quello a cui tutti ambiamo?


giovedì 14 dicembre 2017

L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio



Avere due mamme, senza in realtà averne nessuna. La giovane protagonista dell'ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio scopre all'età dei tredici anni che quella che aveva sempre ritenuto sua madre, quella che l'ha allevata e riempita di attenzioni e cure amorevoli, non è chi dice di essere. Come un pacco postale, l'ha rispedita dalla vera madre biologica, che l'aveva ceduta quando era ancora in fasce.

Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso. 
L'Arminuta, che in dialetto locale significa "la ritornata", torna così nella casa natia, in un piccolo paese dell'entroterra abruzzese. Viene così catapultata in una dimensione parallela dove tutto ciò che aveva conosciuto è ormai un lontano ricordo: dovrà convivere con i fratelli e i genitori che per lei sono dei perfetti estranei, lontana dagli agii e dall'ovattata sicurezza in cui era cresciuta. L'unica alleata sarà la sorella minore Adriana che, seppur in modo primitivo e brusco, cercherà di aiutarla ad adattarsi alla nuove e alienanti dinamiche familiari.

Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate.

L'Arminuta è il caso editoriale dell'anno, vincitore della cinquantacinquesima edizione del premio Campiello. Meritatamente aggiungerei. È infatti un libro commuovente e amaro che tratta in maniera delicata di genitori e figli, di ritorni e abbandoni. La scrittura di Donatella Di Pietrantonio è carica di sentimento ma mai ridondante, piena senza essere pesante. Dalle sue parole emerge tutta la crudeltà della vita, senza però giudizio alcuno.
La protagonista, di cui non sapremo mai il nome, racconta in prima persona il trauma di scoprire di essere cresciuta nella menzogna, figlia di silenzi e bugie, vittima degli egoismi degli adulti che, invece di proteggerla, l'hanno abbandonata a sé stessa.

Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.
Lontana da quella che ha sempre considerato casa sua, proverà il freddo, la fame, la solitudine, il disagio di sentirsi diversa e incompresa. Logorata dalle domande, non smetterà mai di sognare di poter tornare tra le braccia della sua "vera" mamma, fino a costruirsi un improbabile castello di spiegazioni pur di giustificarne l'abbandono.
Anche quando l'ultimo barlume di speranza si sarà spento, in lei rimarrà una durezza, simile a quella di una lama d'acciaio, forgiata dalla dolorosa condizione di essere stata rifiutata per ben due volte, che l'accompagnerà per il resto della sua vita. Resterà per sempre incapace di pronunciare la parola "mamma", orfana di due madri. Orfana di sicurezza, di fiducia, di amore. Una ferita incapace di rimarginarsi, un vuoto destinato a non essere mai colmato.

Indicazioni terapeutiche: per chi cerca una storia di abbandoni che tocchi le corde dell'anima.

Effetti collaterali: essere madri significa molto di più che partorire un essere umano. Implica amore, rispetto e sincerità . Il resto è gettare figli nel mondo, condannarli alla precarietà affettiva e alla solitudine. È più facile generare infelicità che il contrario.

martedì 12 dicembre 2017

Quando tutto inizia di Fabio Volo

L'ultimo libro di Fabio Volo è stato un regalo, diversamente non lo avrei comprato perché, sebbene abbia letto molti dei suoi libri, ultimamente ho come l'impressione che abbia poco da dire.
Quando tutto inizia ha confermato questa mia idea. Per carità, scorre bene, lo stile strizza l'occhio al lettore (o meglio alla lettrice ☺) tra una frase da bacio perugina e una scena pseudo-romantica, ma non esce dal seminato, va troppo sul sicuro e per questo delude.

Negli occhi delle persone che amiamo e che dicono di amarci, spesso col tempo ci si vede più piccoli e meno attraenti. Quando passi anni insieme a una persona finisci per vederne ogni parte, anche quella più buia. Negli occhi di uno sconosciuto, invece, hai ancora la possibilità di disegnarti e raccontarti per come ti piacerebbe essere.

Silvia e Gabriele si incontrano in un giorno di primavera come tanti, davanti a un gelato. Un gioco di sguardi, poche battute, sorrisi spontanei, quanto basta per aver voglia di rivedersi. Il secondo incontro in una libreria è sufficiente perché un piccolo seme metta radici. Da lì in poi è un crescendo: scoppia la necessità di vedersi, toccarsi, viversi. Ma Silvia è sposata.
Fare l'amore nella vasca da bagno, coccolarsi nudi tra le lenzuola sfatte, confidarsi davanti ad un calice di vino con sulle labbra ancora il sapore dell'altro diventano allora una via di fuga, una parentesi dal mondo per tornare ad essere sé stessi.
Ma si può davvero mettere in pausa la propria vita? Si deve scegliere tra passione e famiglia, tra tranquillità e desiderio o è giusto pretendere il pacchetto completo?
Mentre in Gabriele, allergico da sempre ai legami, si fa strada la voglia di condividere qualcosa di più che qualche ora furtiva, Silvia è vittima dei sensi di colpa.

Le nostre felicità separate erano più piccole, più risicate, non sarebbero mai potute essere come la nostra felicità insieme.

Fabio Volo ha un talento speciale: sa parlare al cuore delle donne. Sa cosa vogliono, sa cosa sognano ma soprattutto sa cosa vogliono sentirsi dire. Ma questa volta non è bastato.
Lo scrittore bresciano manca di coraggio e si affida a temi a lui cari ma così scade nella dilagante banalità . Anche in questa storia ricorre infatti allo stereotipo del maschio alfa brillante ma inaffidabile, il prototipo dell'uomo sfuggente che ogni donna ha sognato di far innamorare e che, contro ogni pronostico, cade esso stesso vittima di quell'imprevedibile sentimento che fa rima con cuore.
Quello che ne emerge è un quadro di una mediocrità spaventosa: da un lato quarantenni in carriera che si accontentano di relazioni usa e getta, dall'altra donne che tradiscono per noia ma poi si pentono, temendo il giudizio della società. Ma siamo sicuri che le donne 2.0 stiano ancora lì ad aspettare il cavaliere sul destriero bianco che le salvi dalla loro prigione dorata?

Indicazioni terapeutiche: per chi non è mai stato tradito.

Effetti collaterali: Quando tutto inizia non fa tanto riferimento alla storia clandestina tra i due protagonisti ma al percorso di crescita di Gabriele, che a partire dal dolore e dall'abbandono sarà capace di ricostruirsi, aprendosi ad un nuovo modo di amare. Perché alla fine la vita è una somma di tanti inizi, come una lunga strada che non sai mai dove ti condurrà.


venerdì 17 novembre 2017

Presentazione "Il cammino di Hamdan"

Noto sempre con dispiacere che alle presentazioni dei libri c'è sempre meno gente. D'altra parte l'Istat ha confermato che il numero di chi legge in Italia è in continuo ribasso: nel nostro Paese oggi ci sono oltre 4 milioni di lettori di libri in meno rispetto al 2010, senza considerare il fatto che nel 2016 sono circa 33 milioni coloro che non hanno letto nemmeno un libro di carta in un anno, cioè il 57,6% della popolazione.
Come dicevo tale disaffezione non dovrebbe stupirmi, invece mi intristisce ogni volta. Perché penso alle occasioni che le persone si perdono per conoscere, emozionarsi, ampliare i propri orizzonti.
Mai come questa volta  l'incontro con l'autore Hamdan Jewe'i ha rappresentato per me un'opportunità di riflessione come raramente capitano: impossibile non rimanere colpiti dalla sua positività, dalla sua fiducia nel prossimo e dalla sua convinzione di poter sconfiggere i preconcetti e
Anna Vezzoni che ha introdotto l'incontro ha usato il termine resilienza.
La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo. Di costruire un cammino a partire dal dolore, senza rinnegare il passato, senza farsi consumare dall'odio.

Imparare a scrivere è stata una conquista molto importante, per me, una sorta di innamoramento per i segni, le decorazioni. La mia bella lingua con le sue tante forme apriva in me nuovi spazi, nuovi sogni. Il desiderio di comunicare si faceva bruciante e in poco tempo ricadevo nella disperazione dell’isolamento. Isolamento è proprio il titolo di una delle mie liriche: infatti, dopo aver imparato a scrivere ho iniziato a esprimere il mio dolore con i versi: poesie tristissime, apoteosi del mio dolore. Ne ricordo anche un’altra “L’ultimo momento”, scritta in occasione del mio tentativo di suicidio, a 8 anni.

Il cammino di Hamdan parte da lontano, da una stanza buia in una casa in un campo profughi a Betlemme, una stanza che è stata tutto il suo mondo per i suoi primi 11 anni. Hamdan nasce "diverso", con una disabilità che la sua famiglia, vittima essa stessa di una mentalità retrograda, non accettava. Nella società palestinese un figlio disabile è il frutto di una colpa, una punizione divina, un peso di cui farsi carico, uno stigma davanti agli occhi della comunità.
Per questo Hamdan è stato per anni una vergogna da dover celare agli occhi della gente, tanto che nessuno sapeva della sua esistenza. Fino al giorno in cui ha avuto la forza di imporsi e rompere le catene del suo isolamento per uscire nel mondo e frequentare gli altri bambini.
Da allora sono passati anni, anni che Hamdan ha speso in giro per il mondo testimoniando la sua esperienza e battendosi per i diritti dei disabili, affinché possano avere non solo le cure mediche di cui hanno bisogno, ma il riconoscimento sociale che meritano.
Il suo viaggio l'ha portato fino In Italia, dove ha conosciuto Franca Dumano, a cui ha raccontato la sua storia: è nato così il libro Il cammino di Hamdan, un affresco sullo straordinario percorso di liberazione compiuto da un ragazzo palestinese, imprigionato sin dalla nascita, da muri, porte sbarrate, steccati, filo spinato.

Negli anni della prigionia, non sapevo veramente come passare il tempo ed ero davvero triste. Quando ripenso alla mia infanzia mi stupisco di aver trovato la forza di superare la noia e la disperazione di quegli anni. Ho vissuto momenti davvero terribili, imprigionato nel mio corpo e recluso nella stanza della vergogna.

Una frase di Hamdan mi ha colpito: "Anche i disabili sono abili". Poche parole che racchiudono tutta la forza e l'energia di questo uomo che ha saputo usare il dolore non solo come carburante per il proprio percorso di crescita ma anche per lottare affinché questo cambiamento investa la società tutta, i cosiddetti "normodotati", che troppo spesso si limitano a voltare la testa dall'altra parte.




La storia di Hamdan è ancora più stupefacente se si pensa il luogo in cui è nato, la Palestina, in perenne conflitto con Israele da cinquanta anni. Palestina che purtroppo oggi significa per molti solo campi profughi, intifada, check-point, kamikaze. Ma soprattutto vivere in questa terra flagellata da scontri continui signifca ancora più difficoltà per accedere alle cure di cui le persone con una disabilità hanno bisogno. Una vita difficile resa ancor più difficile.
Eppure non c'è traccia di livore né di rabbia nella voce di Hamdan. Non biasima né la sua famiglia, con cui oggi ha ottimi rapporti, né tantomeno semina parole di odio. C'è solo speranza. Quella di costruire con l'aiuto di tutti coloro che credono che una pacifica convivenza sia possibile un nuovo mondo, un nuovo modo di stare insieme, che non escluda ma includa, abili e disabili, palestinesi e israeliani.
Franca Dumano dialoga con Hamdan Jewe'i è un libro che testimonia la grande voglia di vivere del suo protagonista, una volontà tale da spazzare via ogni pregiudizio e fanatismo. Affinché la voglia di gettare un ponte sia più forte del rancore. Perché come diceva Gandhi occhio per occhio il mondo diventa cieco.


giovedì 9 novembre 2017

Schegge di verità di Monica Lombardi


Una ragazza si sveglia in un ospedale senza memoria. Come è finita lì? Perché non ricorda nulla?
Si scopre così che è stata rapita insieme ad una sua amica, ma mentre lei è riuscita a fuggire, l'altra è ancora prigioniera dai suoi aguzzini. Parte così una lotta contro il tempo per ricostruire un passato che sembra imprigionato nella nebbia, indizio dopo indizio,  nel disperato tentativo
di mettersi sulle tracce dei rapitori.
La protagonista sarà aiutata nel suo percorso dal Commissario Emilio Arco e dalla medium Ilaria, nonché da un'affascinante psichiatra: tutti insieme la guideranno attraverso la foschia della sua amnesia per cercare di ricostruire il suo passato.
L'ho trovato, in verità, un giallo un po' sopra le righe. Il fulcro della storia, più che l'indagine in sé, sono infatti le emozioni e la caratterizzazione delle personalità dei personaggi: lo spaesamento della protagonista che non sa più chi è e la sua inopportuna attrazione per un uomo che non può avere, la disperazione di Andrea che lotta per poter tornare a stringere la donna che ama, la calma energia di Ilaria che vive sul baratro dell'orrore altrui, l'acume del commissario che intesse le indagini come un abile ragno.

Le avevano detto che si chiamava Livia. Un nome come un altro, non le diceva proprio niente.

Schegge di verità è un libro che all'inizio coinvolge il lettore ma si perde poi, rallentando il ritmo e inanellando una serie di colpi di scena un po' troppo prevedibili. Non conoscevo l'autrice originaria di Noavara e sono rimasta comunque colpita dal suo stile diretto e coinvolgente: Monica Lombardi riesce infatti  nell'ardua impresa di coniugare due mondi così lontani come il thriller e la commedia rosa fondendoli nell'ibrido del romatic supsense, genere che appunto mescola indagini e sentimenti, senza sconfinare nel gusto macabro dei giallisti del Nord Europa.
L'epilogo un po' troppo sbrigativo è forse la nota che stona di più. Ma il finale aperto e l'esistenza del sequel lascia presagire che le risposte mancanti arriveranno nel prossimo capitolo. (O almeno spero).

Indicazioni terapeutiche: per chi cerca un buon giallo non troppo impegnativo.

Effetti collaterali: William Shakespeare affermava che un nome è soltanto un nome: Cosa c'è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo.
Eppure cosa rimane di noi quando ci vengono portati via i nostri ricordi e le nostre certezze?
La mente è come uno specchio e quando va in frantumi diventa impossibile riconoscervisi e quindi riconoscersi. Il confine tra la realtà e immaginazione si sfuma. Restano solo schegge. Schegge di verità.


giovedì 26 ottobre 2017

IT di Stephen King


Ieri sera sono andata a vedere il nuovo remake di IT. Che delusione. Il film non regge il confronto con l'originale del 1990 ma sopratutto scompare se paragonato al libro da cui è tratto. IT è umanamente riconosciuto, a ragione, il capolavoro di Stephen King.
La trama la conoscete tutti, così come tutti conoscete lui, IT,  la creatura che si sveglia ogni 27 anni per nutrirsi degli abitanti di Derry. Penny Wise, il clown che ha popolato gli incubi di intere generazioni di bambini.
Ma etichettare questo romanzo come un semplice libro horror sarebbe riduttivo, IT è molto di più. In primo luogo è un grande romanzo di formazione che narra le vicende di un gruppo di ragazzini e di come la loro amicizia li abbia resi tanto forti da battere un mostro millenario, un mutaforma capace di assumere l'aspetto delle loro paure più recondite.


L'unico modo per andare avanti è andare avanti. Dire lo posso fare anche quando sai che non puoi. 

Il romanzo è costruito attraverso continui salti temporali tra il presente (la storia 
 è ambientata negli anni '80 considerando che l'opera è stato pubblicato nel 1986), in cui i
protagonisti sono ormai cresciuti e hanno dimenticato la loro città natale, e l'estate del 1957-58, durante la quale affrontarono per la prima volta IT, in un continuo rimando tra
l'infanzia e la maturità, tra la capacità di credere che tutto sia possibile e lo scetticismo dell'età adulta. Riusciranno i nostri eroi a ritrovarsi e a battere, questa volta per sempre, l'incubo della loro adolescenza?


Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po' di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c'è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.

La grande forza di King sta nell'aver saputo costruire un grande affresco della società americana: Derry è  l'emblema della società occidentale disposta a sacrificare vittime innocenti sull'altare dell'ipocrisia e del perbenismo. IT è allo stesso tempo un mostro alieno ma anche una componente imprescindibile della cittadina del Maine, capace di vivere e prosperare grazie ai suoi abitanti e alle loro angosce segrete. Non c'è IT senza Derry, così come non c'è Derry senza IT, in una sorta di patto non scritto di reciproca protezione.
A spezzare questo perverso incantesimo arriveranno loro, i membri del Club dei Perdenti, Bill, Bev, Ben, Stan, Richie, Eddy e Mike, ognuno diverso, ma ciascuno simile nella propria solitudine. Sarà la loro capacità di credere nella magia, di capire che la vera forza scaturisce dalla capacità di restare unti, combattendo gli uni per gli altri, che li aiuterà non solo a sconfiggere il mostro per antonomasia, ma le loro paure più inconfessabili. Ciò che è certo è che dopo la battaglia non saranno più gli stessi: nello scontro scopriranno infatti di essere più forti di quanto avrebbero mai immaginato. Ma il marchio dell'orrore resterà loro addosso, come una cicatrice indelebile, che li costringerà a dimenticare per sopravvivere.


Forse non esistono nemmeno amici buoni o cattivi, forse ci sono solo amici, persone che prendono le tue parti quando stai male e che ti aiutano a non sentirti solo. Forse per un amico vale sempre la pena avere paura e sperare e vivere. Forse vale anche la pena persino morire per lui, se così ha da essere. Niente amici buoni. Niente amici cattivi. Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore.


Ciò che rende questo libro un capolavoro nel suo genere è la capacità di affrontare molti temi importanti come il bullismo, il razzismo, la violenza e gli abusi familiari, l'integrazione. IT è soprattutto una grande metafora sulla difficoltà di diventare grandi e un'indimenticabile inno all'amicizia e al potere indistruttibile di certi legami.
I  pomeriggi estivi infiniti passati tra mille avventure, i giochi ai Barren, le corse in bicicletta, ricordi indelebili di un'infanzia perduta per sempre. Forse per questo giunta alle ultime pagine di questo romanzo sono stata assalita da una strana malinconia. Lasciare Bill e la sua Silver, le battute di Richie, la gentilezza di Ben, gli sguardi timidi di Bev è stato un po' come lasciare un gruppo di amici.

Indicazioni terapeutiche: per chi vuole esorcizzare le proprie paure.

Effetti collaterali: In fondo ognuno di noi ha combattuto il proprio incubo durante la propria adolescenza.. Come afferma King i mostri sono reali e anche i fantasmi sono reali. Vivono dentro di noi e, a volte, vincono. Tuttavia fuggire davanti ad essi senza trovare mai il coraggio di affrontarli equivale alla peggiore delle sconfitte.


venerdì 20 ottobre 2017

L'amore addosso di Sara Rattaro


Una donna soccorre un uomo che ha avuto un malore sulla spiaggia e lo segue all'ospedale, dove per uno strano scherzo del destino è stato ricoverato anche suo marito, vittima di un incidente mentre era in compagnia dell'amante.
La realtà celata dietro il velo delle apparenze è ben diversa: l'uomo con cui Giulia, la protagonista, si trovava non è sconosciuto ma in realtà è il suo amante. Il caso beffardo l'ha presa per mano fino a condurla lì, al capezzale dei soli due uomini che abbia mai amato. Da una parte c'è Emanuele, suo marito, che l'ha salvata da una madre opprimente, che l'ha presa per mano e l'ha amata nonostante le sue ritrosie. Dall'altra Federico, il suo amante, l'uomo per cui è pronta a rischiare tutto, a lasciarsi ogni segreto e rimpianto alle spalle.

Ma soprattutto aveva stretto una parte di me con così tanta forza che se l'era portata via quando se n'era andato. Per questo ero finita lì, perché in vita mia non riuscivo mai a tornare indietro.

Tra le corsie dell'ospedale si consuma il dramma della protagonista femminile di questo romanzo che, schiacciata dal dolore, prova a ripercorre la sua storia, nel vano tentativo di tirare le fila di un'esistenza che pare sfilacciarsi, sciogliendosi come un gelato al sole.
Giulia che è moglie, figlia, amante. Giulia che lavora, che ride, che ama. Giulia che nasconde un terribile segreto, una cicatrice attorno alla quale ha costruito la sua vita, una bella vita, almeno in apparenza.
Ma la felicità non assomiglia quasi mai ad una lista della spesa. Per quanto si voglia o si possa lottare, ci sono vuoti che non riusciamo a colmare, assenza che bruciano più di qualsiasi presenza.

Non importa quale sia la luce che ci illumina. Importa che ci sia qualcuno disposto a guardarci.
L'amore addosso rimanda al senso di soffocamento che affligge Giulia, il suo essere fin troppo avvolta, prigioniera dei tanti ruoli che si è lasciata cucire addosso suo malgrado, incapace di lottare, di dire no. È il prototipo della brava ragazza che si sente sempre obbligata a fare ciò che gli altri si aspettano da lei.
Ecco che il tradimento diventa allora una fuga, un modo per riaffermare sé stessa, e soprattutto un modo per prendersi una rivincita, non tanto nei confronti di suo marito, ma di sua madre. L'intero romanzo infatti, più che indagare i sentimenti scaturiti dalle relazioni extraconiugali, si concentra sul tema della maternità, perché se ci sono tanti modi di essere madre, ce ne sono altrettanti per non esserlo.


Cos’è la felicità? Avere tanti soldi, figli perfetti, vivere in un paradiso e avere il lavoro dei propri sogni? E se, per caso, capitasse che i nostri figli fossero semplicemente come tanti altri, il nostro lavoro si limitasse a non dispiacerci e al posto del paradiso abitassimo in un luogo comodo? La verità è che la felicità spesso assomiglia molto al famoso bicchiere pieno a metà.

Sara Rattaro costruisce un'opera che parte con delle buone premesse, ma si perde strada facendo.  Benché infatti in apertura le tematiche trattate facessero ben sperare, la storia invece di crescere naufraga verso l'inverosmiglianza. Il finale fin troppo frettoloso e lo stile a tratti didascalico depotenziano una trama che sarebbe potuta essere travolgente.
L'amore addosso si limita ad essere una lettura piacevole che non tocca però nessuna corda in profondità. Peccato.


Indicazioni terapeutiche: per chi si è perso ma si è ritrovato; per chi non urla, ma ha imparato a sussurrare sommessamente per non esplodere.

Effetti collaterali: Ci sono tanti tipi di amore, quello tra madre e figlio, tra sorelle, tra amici, tra marito e moglie. Ci sono amori negati, sommersi, dimenticati. Altri che squarciano l'anima e lasciano un marchio indelebile. Altri ancora che curano le ferite, mormorando sommessamente al cuore. Quale di questi è vero? Quale di questi vale la pena vivere? Forse una risposta giusta non esiste.
Come scrive Federico a Giulia: E non ti arrovellare troppo nel trovare spiegazioni: ricordati che esistono domande alle quali si possono dare solo risposte sbagliate.