venerdì 22 marzo 2019

L'estate muore giovane di Mirko Sabatino


Avere dodici anni è stupendo: il domani è un 'enorme strada bianca davanti a te tutta da scrivere.
Avere dodici anni è terribile: i mostri sembrano invincibili e sembra impossibile riuscire a non soccombere in un mondo di giganti, pronti a schiacciarti da un momento all'altro.
Avere dodici anni è come vivere in una terra di mezzo: un non-luogo di nessuno dove si incontrano l'oceano dell'ingenuità con il mare della dura realtà.

La giovinezza è l'unica parte che conta davvero nella vita di un uomo.

Estate 1963. In un paesino del Gargano tre ragazzini condividono quella che sarà l'ultima stagione della loro infanzia. I lunghi roventi pomeriggi trascorsi sulla panchina nella piazza principale, le lotte coi bulli, i segreti e le corse lungo la scogliera selvaggia presto saranno un lontano ricordo.
Primo cerca di scendere a patti con il vuoto che ha lasciato suo padre morendo, prendendosi cura di sua sorella Viola. Damiano, bello come Paul Newman, è diviso tra l'affetto dei suoi genitori in perenne lite fra loro, una mamma bellissima e un padre troppo geloso. Mimmo timido e riservato è destinato a diventerà sacerdote, così ha infatti deciso la sua famiglia.
Tre ragazzi differenti ma uniti da un legame indissolubile, immaturi e ingenui come solo i bambini possono essere, ma capaci di grandi slanci, consci della potenza dei sentimenti, del valore dell'amicizia e del dovere di proteggere chi si ama. Diversi ma uguali in una profonda condizione di solitudine e smarrimento: ognuno a modo suo è lasciato a sé stesso, impegnato a combattere la sua silenziosa battaglia, crescere senza perdere la parte migliore di sé.


Sogna, Primo, fallo sempre. Ma pianta i tuoi sogni nella terra: cresceranno robusti e non voleranno via.

Primo, Damiano e Mimmo si ritroveranno, loro malgrado, ad affrontare la crudeltà del mondo adulto. Un mondo che non fa sconti, che spezza il debole e incattivisce l'anima. Un mondo di predatori e vittime, dove vige la legge della giungla, dove soltanto il più forte sopravvive.
I tre protagonisti del romanzo stringeranno un patto di sangue dalle nefaste conseguenze che darà l'avvio ad un seria tragica di eventi. Eppure non c'è un'ombra di giudizio da parte dell'autore, Mirko Sabatino, anzi una rassegnata presa di coscienza: la sorte dei tre ragazzi sembra essere già stata segnata, stabilita ancor prima della loro nascita da un giocatore di dadi senza misericordia. Un futuro scritto nella terra arida della Puglia con lacrime e sangue, una terra in cui Dio è morto e agli oppressi è negata ogni flebile speranza.
L'estate muore giovane è un libro che colpisce come un pugno allo stomaco, riecheggiando il miglior Ammaniti. Una tragedia alla quale il lettore assiste attonito, maturando la dolorosa consapevolezza che spesso ogni tentativo è vano. Spesso il Male vince e dei morti non resta che una pallida memoria destinata a sbiadire negli anni.


Indicazioni terapeutiche: per chi non cerca una consolazione, per chi vorrebbe rincorrere la purezza di quando era bambino.

Effetti collaterali:  Nella vita vera quasi mai c'è un lieto fine. L'umanità si potrebbe dividere in due grande categorie: chi è stato sopraffatto e tutti gli altri, i sopravvissuti.  Tuttavia anche chi si è salvato si porta dietro profonde ferite: beffardo premio di consolazione rimane il magro conforto dell’accettazione di ciò che è stato e non può cambiare e, soprattutto, di ciò che sarebbe potuto essere.


mercoledì 6 marzo 2019

Berta Isla di Javier Marías


Berta Isla e Tomás Nevinson sono una coppia perfetta: si conoscono sin da ragazzi e il loro legame giovanile cresce nel tempo fino a condurli al matrimonio nel maggio del 1974, nella chiesa di San Fermìn de los Navarros. Ma la loro vita che appare già instradata su un binario con una placida destinazione subisce uno scossone. A seguito di un losco episodio, Tomás, per metà inglese, viene arruolato nei servizi segreti al servizio di sua maestà.

Non sempre riconosciamo le storie d'amore degli altri, neppure quando ne siamo noi l'oggetto, la meta, il fine.

Questo avvenimento segnerà una cesura nelle esistenze di Berta e di Tomás: i segreti e la distanza, sia fisica che intellettuale, si insinueranno tra i due, allontanandoli giorno dopo giorno. Pagina dopo pagina, il lettore si ritroverà immerso nelle riflessioni e nei dubbi che attagliano i due attori principali: quanto conosciamo davvero chi amiamo? O quanto l'oggetto del nostro sentimento non è che un costrutto mentale, una chimera, un'illusione nella quale ci sforziamo tanto di credere?
Javier Marías costruisce un romanzo su un amore imperfetto, su quanto un legame duraturo venga fiaccato dai non-detti e dai risentimenti, o, al contrario, possa sopravvivere, grazie alla consapevolezza che nessuna storia è immune alle delusioni, ai silenzi, ai disinganni.


Se c'è una cosa che caratterizza e accomuna gran parte dell'umanità (e con questo mi riferisco a quanti sono passati sulla terra dalla notte dei tempi), è che su tutti noi l'universo influisce senza che possiamo influire su di esso, o in misura minima. Noi crediamo di far parte del mondo, ci viviamo e ci affanniamo per modificarlo sotto questo aspetto nel corso della nostra vita, ma in realtà siamo "reietti dell'universo" come dice quel celebre racconto sul tizio che sparisce dal mondo trasferendosi in una via poco ontano senza dirlo a nessuno.[..] Il mondo non lo alterano certo la nostra soppressione o la nostra nascita, il nostro lento percorso, la nostra esistenza, la nostra fortuita comparsa e il nostro inevitabile annullamento.

Marías è un maestro del prolisso: la sua scrittura piena e ridondante appare riempire ogni spazio, saturando l'aria, coi i suoi mille interrogativi e le sue meditazioni. Ho trovato la parte centrale forse un po' troppo ripetitiva, come se l'autore volesse focalizzare l'attenzione sulla fase di stallo del rapporto tra i due protagonisti.
In ogni caso è indubbio che Berta Isla è più che un romanzo su un legame di coppia, è una profonda riflessione sui meccanismi insiti nell'animo umano, su ciò che ci spinge ad agire o a restare fermi, ad aspettare o a fuggire. Il rapporto tra Berta e Tomás alla fine appare quasi un pretesto per parlare di altro, di come ogni essere umano cerchi un proprio scopo nel mondo, un modo per lasciare un segno e di come tutto questo affannarsi si dimostri vano. Non siamo che reietti dell'universo, tutto ciò che abbiamo siamo noi stessi, con i nostri limiti e  i nostri affetti, e niente di più.


Indicazioni terapeutiche: per chi è affascinato dalle zone oscure del matrimonio.

Effetti collaterali: Berta Isla è una novella Penelope, condannata ad aspettare il suo uomo,  che come Ulisse, è impegnato altrove, a vivere una vita intensa e pericolosa, dalla quale lei è stata totalmente esclusa. Una donna che consuma il suo tempo nel dubbio e nell'attesa, paralizzata nel ritorno di colui che ama e che, forse, non ha mai  conosciuto veramente.



mercoledì 13 febbraio 2019

So che un giorno tornerai di Luca Bianchini


Per molti la vita è una retta, un binario che tende all'infinito, una stazione da cui passa un treno soltanto. Per altri invece è un circolo, l'eterno ritornare di situazioni, sentimenti e pentimenti, il perpetuarsi di prove ed errori, di gioie e delusioni, di amori e tradimenti.

Alla fine, ognuno di noi s'innamora di chi ci guarda per un attimo e poi ci sfugge per sempre.
Trieste, fine anni '60. Angela è la ragazza più bella del quartiere, un futuro carico di promesse, divide le sue giornate tra le scorribande con il fratello Riccardo e la venerazione dei suoi numerosi ammiratori. Qualcosa però nell'ingranaggio della sua vita spensierata si inceppa, quando, poco meno che ventenne, rimane incinta di un "jeansinaro" calabrese, Pasquale, che messo alle strette le confessa di essere spostato e la abbandona al suo destino. 
Angela rimasta sola, tradita dal suo "grande" amore, si scoprirà troppo immatura ed egoista per confrontarsi con il suo nuovo ruolo di genitore: fuggirà da Trieste, la sua città natale, per rifugiarsi nella braccia comprensive di un altro uomo, Ferruccio, rifacendosi una vita a Bassano. Manterrà con la figlia un rapporto sporadico, fatto di aspettative disilluse e una conoscenza troppo superficiale, un sentimento troppo inconsistente per essere assimilato all'amore assoluto tra madre e figlia.
Emma sarà allevata dai nonni materni, il club dei Pipan, con a capo il nonno che rimpiange la dominazione austriaca, e viziata dall'affetto degli zii: diventerà una ragazza ribelle e libera, forte come soltanto chi è dovuto crescere senza un appiglio sicuro può essere. Sarà proprio lei a riunire la sua "famiglia" inesistente, perdonando i suoi genitori per la loro assenza e segnando, di fatto, un nuovo inizio per tutti.


"Allora lascia che ti dica l'unica cosa che ho capito: non arrenderti come ho fatto io. Nella vita bisogna stare bene, e c'è un solo modo per farlo: provare tutte le strade."

So che un giorno tornerai è la storia di vite bloccate, incapaci di andare avanti: Emma che ha passato la vita ad elemosinare un po' d'affetto dai suoi genitori. Angela che rimpiange il suo amore giovanile. Ferruccio che aspetta con pazienza che sua moglie lo scelga per restare. Pasquale che è scappato davanti alle responsabilità ma spera di avere una seconda occasione. 
Un libro leggero, che forse pecca a tratti di superficialità, non approfondendo la psicologia dei personaggi e seguendo una trama fino troppo plausibile. Una lettura dei buoni sentimenti, sulla forza del perdono e sulla capacità che ha la vita di rimescolare le carte, regalandoci il tanto sperato lieto fine. Poco plausibile ma di buon auspicio.

Indicazioni terapeutiche: per chi crede nelle seconde possibilità.

Effetti collaterali: Trieste come luogo di frontiera, il multiculturalismo, la difficoltà di crescere e confrontarsi con le proprie origini. Le premesse per una trama piena di spunti c'erano tutte. In realtà la storia si appiattisce dopo le prime venti pagine e, ancora peggio, non ho sentito nessuna empatia né per la protagonista Emma, che ha trasformato il rifiuto dei suoi genitori in un becero anticonformismo fine sé stesso, né tanto meno per sua madre Angela, troppo presa da sé stessa e dalle sue follie amorose, per comprendere il dolore causato dalle sue continue fughe. Due donne cieche, a tratti ottuse, condannate a ripetere i  medesimi errori, perché incapaci di mettersi in discussione, di vedere aldilà dei propri biechi desideri. Troppo vuote per capire la pienezza dell'esistenza e le sue innumerevoli sfumature.



venerdì 1 febbraio 2019

La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo

In effetti, l'amicizia è una faccenda strana, secondo me. Sono ormai cinque anni che traduco dall'inglese articoli accademici di argomento umanistico o sociale, e non ho ancora trovato un articolo che analizzi la questione in profondità. Certo, oggi tutto dev'essere statistico ed empirico, mentre è difficile quantificare e calcolare distanza e vicinanza, fedeltà e tradimento, amore e nostalgia. E forse non è neppure necessario.
Il legame apparentemente indissolubile tra quattro ragazzi di Haifa è la colonna portante di questo romanzo: durante la finale dei Mondiali di calcio del 1998 quattro amici decidono di scrivere su tre biglietti i desideri che vorrebbero realizzare, con l'impegno di conservarli fino al mondiale successivo per verificare quanto da loro auspicato si sia realmente concretizzato.
Non hanno ancora trent'anni ma hanno già condiviso insieme molte esperienze, la scuola, i viaggi, l'esercito. Nonostante questo, ciò che li lega maggiormente è la loro spinta verso il futuro, le speranze e i sogni, la voglia di scendere a patti con le proprie paure e di scrivere il proprio domani.

Qualcosa di fondamentale è sballato in ciascuno di noi, no?, ho commentato io. Per il semplice fatto che siamo esseri umani.

Churchill è il carismatico del gruppo, capace di affascinare le persone, soprattutto le donne, con la sua personalità esuberante, sogna di diventare un grande avvocato e realizzare qualcosa di importante. Amichai è sposato con Ilana la piagnona, una donna che i suoi amici faticano a capire ed apprezzare, ha due gemelli e vende polizze per malati di cuore, anche se spera un giorno di aprire una clinica di medicina alternativa.  Ofir lavora nella pubblicità, è il più bravo con le parole, ma sente di aver tradito la propria stessa natura perché ha venduto l'anima al mostro del marketing. Infine Yuval, il narratore, timido e silenzioso: è attraverso i suoi occhi che viviamo le vicende raccontate nel libro. Proprio lui, il più sensibile e introverso, guiderà il lettore attraverso gli amori e i dolori, i timori e le illusioni di questo gruppo di ragazzi, sullo sfondo di una terra difficile come Israele.

Io con lei mi sento normale, ha detto Ilana. mi sento a posto. sento che la mia tristezza è a posto. Che la mia pesantezza è a posto. Che il fatto che ogni tanto ho bisogno di nascondermi dal mondo è a posto. Mi sento capita quando sono con maria. Capita fino in fondo.

La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo non è soltanto la storia di un'amicizia con la A maiuscola ma una parabola sulla crescita personale, sulla ricerca di un senso più profondo della vita, sulla solitudine e sui legami tra le persone. Un romanzo scorrevole ma non scontato, che regala, al tempo stesso, sprazzi di ironia e riflessioni profonde. Un viaggio nell'animo umano destinato a non finire mai.


Indicazioni terapeutiche: per chi crede che gli amici siano un'oasi nel deserto che permette di dimenticare il deserto.

Effetti collaterali: per uno strano gioco del destino (sempre che esista) i desideri dei quattro protagonisti saranno rimescolati come carte dal vento. Quanto di ciò che vogliamo è davvero un nostro desiderio interiore o quanto, invece, è frutto delle circostanze? E soprattutto è pensabile ipotizzare una sorta di armonia come punto di arrivo del proprio percorso? O forse, dal momento che viviamo in una realtà disarmonica, un tentativo del genere è destinato a fallire in partenza?

mercoledì 3 ottobre 2018

La vita fino a te di Matteo Bussola

Premetto che pur non conoscendolo personalmente, Matteo Bussola mi è piaciuto fin da subito. Da quando ho iniziato a leggere i suoi primi post, prima che diventassero virali, fino a  trasformarlo in un personaggio pubblico prima, e in uno scrittore poi. O meglio, probabilmente uno scrittore lo era sempre stato, ma è come sbocciato grazie al successo incontrato sui social network.
Ancora oggi continua a condividere i suoi pensieri, le sue esperienze e riflessioni su piattaforme come Facebook, come milioni di altre persone del resto. Ciò che fa la differenza è la sua indiscutibile capacità di raccontare il vissuto quotidiano con uno sguardo capace di scorgere ciò che ai più rimane celato. Di scandagliare l'animo umano, mettendolo a nudo in tutte le sue sfaccettature. Di trasformare l'ordinario in straordinario, come l'artista che scorge la poesia in un umile filo d'erba.
Al centro del suo ultimo libro,  La vita fino a te, che in realtà più che è un romanzo è una raccolta di aneddoti e considerazioni, c'è l'amore in tutte le sue forme. O meglio ci sono le relazioni con l’altro.  Perché cos'è l’amore se non prima di tutto una forma di sguardo sull’altro?


Ti accorgi che l'unica sabbia che conta è quella che scorre nella clessidra dei giorni, le orme più belle quelle che testimoniano la strada fino a qui, il cammino insieme che abbiamo scelto, perciò viva i giardini vissuti, la merda che contiene più verità di molto altro, i cani che ti saltano in braccio sporchi di terra o che si sdraiano al sole, per tutto il resto ci sarà tempo di sicuro e quando non ci sarà: pace, avremo pavimenti meno impeccabili e maglioni pieni di peli e forse inciamperemo ogni tanto nelle buche, ma sapremo comunque di non aver rinunciato alla parte migliore di quello che c'è.

Attraverso il racconto di episodi di vita quotidiana l'autore si racconta, partendo dal proprio passato, per tracciare un ipotetico cammino a ritroso che lo ha portato fino a Paola, la sua attuale compagna con la quale ha avuto tre bambine. Un percorso che non è stato né rettilineo né facile. Un viaggio che ha avuto come punto di partenza l'accettazione delle rispettive differenze, che si è alimentato della voglia di conoscersi e "spostarsi da sé stessi", per approdare alla fine alla consapevolezza che ogni relazione duratura si fonda su un’accoglienza incondizionata.
Una strada irta di ostacoli in cui è facile smarrirsi, perdendo di vista non solo l'altro ma perfino sé stessi. Perché la paura di sbagliare, di restare, di rimanere ingabbiati è sempre in agguato. La verità è che, come sostiene Bussola, siamo convinti di sapere quello di cui abbiamo bisogno, ma a volte invece la vita è più intelligente di noi, e così ci dona non ciò che vorremmo ma ciò che ci serve per crescere, non importa quanto questo possa essere talvolta doloroso o frustrante.

Ogni vita è una specie di iceberg narrativo di cui gli altri scorgono solo la parte visibile, mentre tre quarti se ne stanno nascosti sotto il pelo dell'acqua e non se ne accorge mai nessuno a volte non te ne accorgi nemmeno tu. [...] L'importante è non credere nemmeno per un istante che quel che vedono gli altri, nel bene o nel male, sia tutto quello che sei, e non credere che quel invece gli altri non vedono valga meno, soltanto perché non lo vedono. Non è importante se nessuno lo vede, o se lo vedono in pochi, tu quella parte rispettala, difendila, sentila, proprio come l'aria che ti entra nei polmoni ogni giorno, ogni secondo, che nessuno vede nemmeno quella, così come non vedranno mai il tuo stomaco, o il tuo fegato, o i battiti del tuo cuore, mentre sono proprio questi a tenerti in vita.

La lezione di Matteo Bussola è in fondo di una semplicità disarmante: se si è pronti a mettersi in gioco, ad accantonare le proprie insicurezze, accogliendo la diversità altrui, l'amore diventa non una possibilità ma LA POSSBILITÀ, non dico di essere migliori, ma di vivere una vita piena e densa di significato. 
Indispensabile diventa allora la presa di coscienza che non è possibile fondare l'amore sul bisogno, ma, al contrario, occorrerebbe fondare il bisogno sull'amore. Che l'amore che salva non è un mai un approdo ma solo un punto di partenza. Che, come afferma l'autore, l'amore non ci completa ma ci comincia. 


Indicazioni terapeutiche: per chi non è ancora stanco di cercare il buono nel mondo.

Effetti collaterali: i sentimenti non dovrebbero mai diventare un'arma di ricatto. Non bisognerebbe mai urlarsi "sei cambiato" o "non sei più quello di prima" o chiedere al proprio partner di rinunciare a qualcosa, ad un hobby, un lavoro, un'amicizia, un sogno. Non bisognerebbe soprattutto mai chiedere a qualcuno di rinunciare alla necessità di restare fedeli a se stessi, come se si trattasse di una sorta di affronto alla propria relazione.


giovedì 27 settembre 2018

Le assaggiatrici di Rosella Postorino

La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.
È l'autunno del '43 quando Rosa Bauer fugge da Berlino per rifugiarsi a casa dei suoceri, nel villaggio di Gross-Partsch, vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale dove Hitler si è nascosto. Suo marito Gregor è lontano, a combattere sul fronte orientale russo.
Insieme ad altre nove donne, Rosa, viene reclutata come "assaggiatrice": è una cavia, selezionata come la altre per testare le pietanze destinate al Führer, al fine di scongiurare potenziali avvelenamenti. Chiuse tra le pareti di una caserma e sotto la minaccia continua del controllo delle SS, tra il gruppo di donne si svilupperà una sorta di legame carnale, un'amicizia dettata più dalla paura e dalla necessità, che non da una volontà consapevole. In particolar modo, Rosa rimarrà affascinata da Elfriede, dal suo carattere spigoloso, dalla sua lingua tagliente, dai segreti che riesce a celare e a scorgere fissando le persone negli occhi.
Quella di Rosa diventa una vita per il Führer, che pure lei ha imparato ad odiare. Un'esistenza dominata dalla paura, dal senso di colpa, dalla mancanza. Un'esistenza che la porta a mettere in discussione tutto ciò in cui credeva, maturando la consapevolezza di quanto la vita umana abbia ben poco valore. Come si fa a dare valore a una cosa che può finire in qualsiasi momento, una cosa così fragile? Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha; a ciò che è indistruttibile, e la vita non lo è. Tant’è vero che può arrivare qualcuno a chiederti di sacrificarla, la tua vita, per qualcosa che ha più forza. La patria, per esempio.

Per anni ho creduto fossero stati i suoi segreti- i segreti che non poteva confessare, che non volevo ascoltare -a impedirmi di amarlo davvero. Era una stupidaggine. Di mio marito non sapevo molto di più. Avevamo vissuto appena un anno sotto lo stesso tetto, poi lui era partito per la guerra: no che non lo conoscevo. Del resto, l'amore accade proprio tra sconosciuti, fra estranei impazienti di forzare il confine. Accade fra persone che si fanno paura.

Non c'è in Rossella Postorino nessuno giudizio: la sopravvivenza ha avuto la meglio sulla morale. Quelle descritta dalla scrittrice è un'umanità mutilata, spezzata, profanata. Rosa è una donna che è scesa a patti con la propria coscienza, ma ne ha pagato caro il prezzo. L'impossibilità di dimenticare, di lasciarsi tutto alle spalle. Non racconterà mai nessuno quello che ha vissuto alla mensa di Krausendorf, delle persone con cui ha condiviso per mesi ogni pasto, dei sensi di colpa che la schiacciano senza abbandonarla mai.
Certi ricordi sono come fantasmi,  destinati ad abitare l'animo umano per sempre. Si sopravvive ma non si è più gli stessi, prigionieri dei propri segreti, si diventa inaccessibili, incapaci di aprirsi agli altri e tornare ad amare di nuovo. Ma d'altronde come è possibile volersi bene nell'inganno?

Io non sapevo se il resto della specie preferisse vivere da miserabile, pur di non morire; se preferisse vivere nella privazione, nella solitudine, pur di non calarsi nel lago di Moy con una pietra al collo. Se considerasse la guerra un istinto naturale. È una specie tarata, quella umana: i suoi istinti, non bisogna assecondarli.


L'autrice di questo romanzo si è ispirata alla storia vera di Margot Wölk, morta pochi anni fa ultranovantenne, che, ricordando i suoi tempi da assaggiatrice, ammette come ogni volta dopo un pasto scoppiasse in in un pianto liberatorio, perché significava che era ancora viva. Ma, a scanso di equivoci, è giusto sottolineare come Le assaggiatrici non sia romanzo storico né ambisca ad esserlo: la vicenda storica è solo un punto di partenza per una riflessione più ampia.
Il cibo si trasforma nel filo conduttore di un'ossessione che accompagnerà la protagonista per il resto della vita, un amore-odio viscerale. Mangiare significava nutrirsi e quindi sopravvivere, ma allo stesso tempo ciò implicava tenere in vita Hitler e il suo regime. Servire la causa. In realtà né Rosa né le altre sue compagne hanno avuto mai scelta. Non sono mai state molto di più di gruppo di donne chiuse in una mensa, braccate come un branco di animali al macello dal sentore costante della morte, senza alcuna possibilità di sottrarsi al loro angoscioso destino.
O forse no. Forse Rosa avrebbe potuto decidere da che parte stare. Come Elfriede. Scegliere di non rinnegare sé stessa, anche a costo della propria vita.


Indicazioni terapeutiche: per chi vuole scoprire quale sia il prezzo della sopravvivenza.

Effetti collaterali: molti potrebbero trovare fuori luogo la voglia di Rosa di amare, di essere desiderata, accolta. Io no. Non l'ho trovato un espediente narrativo slegato dal testo ma funzionale alla storia. Nonostante sia cosciente di vivere in un'epoca amputata, di non avere nessun diritto di parlare d'amore, vi è in lei una parte che brama di essere desiderata, di fremere, di sentirsi viva nonostante intorno a lei vi sia soltanto violenza e morte. Una parte disposta a sacrificare tutto pur di essere qualcosa di più di uno stomaco da riempire, di un pezzo di carne vittima di un ingranaggio infinitamente più grande e terribile di lei.

venerdì 21 settembre 2018

Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman


Si può palare di alienazione e dolore strappando un sorriso?
Sembra un'impresa possibile ma Gail Honeyman ci riesce, dando vita ad un personaggio capace di entrare in punte di piedi nell'animo di chi legge, a volte indisponendo, altre suscitando tenerezza. Eleanor Oliphant è la protagonista di questo libro, una sorta di favola moderna che ci restituisce un po' di sano ottimismo e, perché no, di fiducia nel mondo.

Se qualcuno ti chiede come stai, si aspetta che tu risponda BENE. Non devi dire che la sera prima ti sei addormentata piangendo perché erano due giorni di fila che non parlavi con un’altra persona. Devi dire: BENE. [...] Ai giorni nostri la solitudine è il nuovo cancro, una cosa vergognosa e imbarazzante, così spaventosa che non si osa nominarla: gli altri non vogliono sentire pronunciare questa parola ad alta voce per timore di esserne contagiati a loro volta, o che ciò possa indurre il destino a infliggere loro il medesimo orrore.

Ma chi è Eleanor Oliphant? È la collega scostante che nessuno vorrebbe, la vicina solitaria che parla con le piante, la tipa stramba da tenere a distanza, che dice sempre la battuta fuori-luogo e non sembra curarsi delle comuni norme della civile convivenza. Una ragazza anonima e asociale, destinata a vivere ai margini delle vite altrui.
Eppure la protagonista di questo romanzo non sembra, almeno in apparenza, risentire dello strano isolamento in cui si è auto-confinata: ha una casa, un lavoro, un tranquillo tran-tran impermeabile al mondo esterno.  A lavoro dal lunedì a venerdì, i lunghi weekend trascorsi chiusa in casa, in compagnia di qualche bottiglia di alcol e cibo scadente take-away. Mai uno sgarro. Un'unica strada dritta da percorrere in completa solitudine.
Eleanor Oliphant non ha bisogno di niente. Sta benissimo.
O forse no?
Forse dietro la facciata di stravagante normalità si nasconde l'orrore di un trauma infantile troppo da grande da elaborare, troppo spaventoso da condividere, qualcosa di così devastante che può soltanto essere sepolto nell'angolo più buio e nascosto del proprio animo.


Io ero Eleanor, la piccola, triste Eleanor Oliphant, con il mio lavoro patetico, la mia vodka e le mie cene da sola, e lo sarei sempre stata. Niente e nessuno – e certamente non quel cantante, che si stava sistemando i capelli durante l’assolo di chitarra di un altro membro della band – avrebbe potuto cambiare le cose. Non c’era speranza, le cose non si potevano riparare. Io non potevo essere riparata. Al passato non si poteva sfuggire, né lo si poteva disfare.

Gail Honeyman costruisce una storia di redenzione, sul potere salvifico dell'amicizia e sulla possibilità di scendere a patti con le proprie ferite. Nessuno si salva da solo, ma ciascuno di noi, se riceve l'aiuto di una mano tesa, può sbocciare, rifiorire, non certo diventando perfetto, ma accettando le proprie imperfezioni.
Eleanor Oliphant sta benissimo è un romanzo costruito con sagacia e intelligenza, in cui l'ironia diventa la chiave per affrontare un passato oscuro e un presente grigio. Anche se non siamo in presenza di un capolavoro non importa perché Eleanor è un personaggio capace di farsi amare, nonostante l'antipatia iniziale e tutte le sue idiosincrasie, e soprattutto in grado di restituirci un po' di sana speranza. E per una volta il lieto fine è la giusta ricompensa.


Indicazioni terapeutiche: per i solitari, i misantropi, i cinici, perché si ricredano e non smettano mai di coltivare la speranza di una felicità inattesa.

Effetti collaterali: Richard Bach affermava che siamo tutti impostori in questo mondo, poiché facciamo tutti finta di essere qualcosa che non siamo. Eleanor Oliphant è diversa: come lei, sono poche le persone che non sono in grado di dissimulare, di adeguarsi con un sorriso forzato. Tanto che a volte la solitudine auto-imposta sembra la scelta migliore, quella che mette al riparo da un gran numero di ferite inutili. In realtà la storia di Eleanor ci dimostra l'esatto contrario: c'è sempre una via, un modo di essere che coniughi la fedeltà a se stessi con la possibilità di amare ed essere riamati.