martedì 26 settembre 2017

Il mare dove non si tocca di Fabio Genovesi

Mi tolgo subito il sassolino dalla scarpa. Ho letto tutti i libri di Fabio Genovesi e non posso che patteggiare per lui. Per il modo in cui mischia, in maniera sempre nuova e sorprendente, ironia e malinconia. Per come descrive una terra, la sua, che poi è anche la mia, che, se non ne fossi già ammaliato, te ne innamoreresti all'istante. Perché è uno scrittore di successo ma ai salotti milanesi preferisce Forte dei Marmi, non quella glamour però. Quella nuvolosa e deserta, quella che rimane quando i turisti  tornano a casa, con la valigia piena di ricordi delle serate estive e dei mirabolanti fuochi di Sant'Ermete, ma noi restiamo qui. E magari lo incontri sul pontile a parlare di muggini coi pescatori.
Eppure il suo libro precedente, Chi manda le onde, non mi era piaciuto e ve lo avevo confessato nella mia recensione ( leggi qui ) . Mi ero sentita quasi tradita nelle mie aspettative.
E poi il romanzo vinse il Premio Strega Giovani 2015.
E mi sono sentita un po' così. In colpa. Come se non avessi capito tutto quello che c'era da capire. Così il 5 settembre quando è uscito Il mare dove non si tocca sono corsa ad acquistarlo. E per una strana legge del contrappasso, premio o no, questa volta quest'ultimo romanzo mi è entrato sotto pelle subito, come un sapore di buono che ti resta in bocca per ore e nella mente per giorni.

La solitudine è così, non devi mica essere solo per sentirla, ti prende anche in mezzo alla folla, perché quando ti senti solo davvero non è che ti mancano tante persone, te ne manca una, ma tanto. 


Il mare dove non si tocca è la storia di Fabio, un ragazzino che abita in un paesino di provincia, e della sua strampalata famiglia: il babbo aggiusta-tutto che assomiglia a Little Tony, la nonna che apparecchia sempre anche per il nonno che non c'è più e loro, i nonni o meglio, gli zii.  Aldo, Aramis, Adelmo, Arno, Athos, sui quali grava una terribile maledizione, che li condanna a diventare matti, se non si sposano entro i quaranta anni. Rumorosi e polemici, impetuosi e rissosi, capaci di catturare qualsiasi animale che corra, voli o nuoti,  rappresentano la quintessenza dell'eccentricità. Ma d'altronde in Versilia siamo fatti così: ci piace esaltare la stranezza, sopratutto la stranezza della vecchiaia.

Il Villaggio Mancini è  un po' villaggio del Far West, un po' Macondo, con un chiaro rimando al realismo magico di Marquez. Non c'è contraddizione: come ha affermato lo scrittore fortemarmino durante una sua presentazione "Il realismo magico è l'unico realismo autentico, perché se si pensa che la realtà sia la fila alle poste, le notti insonni, ... Quella non è la realtà. Quella è solo la crosta della realtà."

Perché il pesce tuo non te lo prende nessuno. Nuota strano, nuota a caso, ma eccolo che arriva a te.

Il piccolo Fabio cresce, senza perdere il suo sguardo disincantato, tra gare di presepi e coccinelle, tra gite ai monti col parroco e funghi scintillanti,  tra la solitudine e la paura di non essere abbastanza simile agli altri. Se c'è una lezione che il protagonista impara è che non puoi prepararti. Che la vita ti rovescia addosso comunque tutto, come il lavarone che il mare butta sulla spiaggia. Non importa quanto preghi, quanto ti impegni ad essere bravo, non conta nulla. Tanto vale inseguire quello che ami, che tanto il dolore ti cade addosso lo stesso e non c'è verso di scansarlo.
Il mare dove non si tocca è così. Si ride, ci si commuove, si ride ancora. Si legge la storia di Fabio e vi si riconosce la propria, in una sorta di riflesso cangiante, di piccolo sussulto che riporta ognuno di di noi alla propria infanzia, un luogo abitato di ricordi, mostri e sogni infranti.

...io lì per lì quest'anima non me la sapevo immaginare, poi però l'ho capito che l'anima di ogni persona è proprio questa qua: è la sua storia da raccontare, e più è bella più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre.

Fabio Genovesi ci racconta la sua storia, come è stata ma soprattutto come sarebbe potuta essere, cosicché il lettore non sa mai dove finisce la realtà e dove inizia la finzione narrativa.
Il valore aggiunto di questo romanzo sta proprio nell'universalità del suo significato intrinseco: Fabio cresce a Vittoria Apuana ma il libro sarebbe potuto essere ambientato benissimo in un un paesino in Brasile o in Turchia. Se c'è una cosa che vale per tutti è propria questa: casa tua, il posto dove sei nato, è  diverso e uguale per tutti. Allora raccontare la provincia per Genovesi diventa un modo per dare vita ad un grande racconto epico, su modello della grande narrativa americana, una sorta di "mitologia dei posti". L'autore parla dei posti degli altri parlando del suo e così facendo compie la magia: accende il calore e l'amore che ognuno ha per il suo pezzo di mondo, quello spicchio dell'universo che è solo nostro,  ma che, paradossalmente, condividiamo con il resto dell'umanità.

Indicazioni terapeutiche: per chi è rimasto bambino, per chi ha paura del mare aperto ma si tuffa lo stesso, per chi non perde la speranza.


Effetti collaterali: Non sempre ciò che ci allontana dalla strada comune, che ci fa essere dissimili dalla moltitudine è un male.  Anche la solitudine può essere un valore, se ci spinge fuori dalla nostra rete di sicurezza, dove niente è sicuro o conosciuto, ma dove sono nascoste anche infinite possibilità, come tesori sepolti in fondo al mare. Solo dove non si tocca si nuota davvero.



lunedì 11 settembre 2017

Chirù di Michela Murgia

Michela Murgia è balzata alla cronache per le sue stroncature nel corso del programma Quante storie su RAI3, in perenne bilico tra ironia e cattiveria al vetriolo. Non sarà simpatica, ma non si può metterne in dubbio l'intelligenza e l'acume. Eleonora, la protagonista del romanzo Chirù, le assomiglia. Una donna forte, colta, anche lei figlia della sua amata Sardegna.
Eleonora è un'attrice di teatro, alle soglie dei quarant'anni, animata da una speciale vocazione, quella di prendere sotto la sua "ala" giovani talenti acerbi, di mostrare loro la via per il successo, in una sorta di apprendistato sui generis, dove nulla si insegna ma qualcosa si impara sempre.


Vorrei poter dire che quella tra noi fu un'immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirù lo riconobbi dall'odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell'odore era lo stesso mio.

L'allievo prescelto è lui, Chirù. Scanzonato allievo di violino al Conservatorio che sogna un futuro da grande artista, alla bramosa ricerca di una guida.
Li separano venti anni e una diversa consapevolezza: da una parte la "maestra" che forte del proprio fascino e della propria esperienza gode della propria posizione privilegiata, nutrendosi dell'ammirazione e dell'ingenuità del giovane ammiratore, dall'altra l'ambizione di un ragazzo disposto ad assorbire ogni insegnamento, a farsi plasmare, a diventare altro, pur di avere l'occasione della vita.


Della sua fragilità in quell'istante amai proprio quello che dell’amore si paga piú caro: l’assenza di calcolo e di misura che appartiene solo alle cose nate libere. 

Un rapporto che travalica i ruoli mentore-allievo per sconfinare nel desiderio, ma non di certo nell'amore. Non c'è nessuna affinità elettiva ma un riconoscersi, una volontà di appagamento che assomiglia più al controllo che non alla generosità. Eleonora non si compiace forse della debolezza e della fragilità di Chirù ? Non cadrà, suo malgrado, ella stessa vittima della sua incapacità di comprendere che è destinata ad essere travolta dai suoi stessi insegnamenti?
Chirù non è un libro sui sentimenti ma sul potere e sulle relazioni, o meglio sul potere nelle relazioni. Che lo si ammetta o meno è sempre presente una tensione all'interno di un rapporto, un gioco di ruoli destinato a decretare un solo vincitore. Forse anche per questo la storia vira in direzione del'iper-soggettivismo: ogni emozione, ricordo, avvenimento è filtrato attraverso  gli occhi della protagonista femminile, mentre tutti gli altri personaggi, quasi prettamente maschili, appaiono evanescenti, diafane figure sullo sfondo.

Ho coltivato una speciale diffidenza per chi si compiace di dire sempre quello che pensa. Temo con ogni fibra quel tipo di persona che è pronta a scambiare per pensiero il moto casuale di tutto quello che gli passa per la testa e chiama sincerità l’incapacità di controllarlo.

La Murgia è una maestra di stile, tagliente, puntuale e barocca al tempo stesso. Una che, importa poco cosa scriva, si percepisce che ha qualcosa da dire. Questo romanzo, a fronte di una storia disadorna e a tratti sconnessa, mi ha colpito per i dialoghi intensi, per i non detti che pesano più che mille parole. Un libro che, anche se  a tratti sembra perdersi, regala in ogni caso un'esperienza appagante.

Indicazioni terapeutiche: per chi crede che ogni legame implichi una forzatura della propria natura.

Effetti collaterali: L'Eleonora del presente, affascinante e sicura di sé, ha un legame profondo con la bambina che è stata, una figlia oppressa da un padre prevaricatore e una madre debole che la colpevolizzava invece di proteggerla. Il bisogno di avere il controllo, di trovare un sostituto ad un figlio mai avuto, affonda le radici lì. Nel bisogno di riaffermare una femminilità troppo a lungo negata, di essere padrona non solo della sua vita, ma anche artefice del destino altrui.


lunedì 17 luglio 2017

Non volevo morire vergine di Barbara Garlaschelli

A Milano, in una giornata di ottobre del 1982, guardo fuori da una delle tante finestre della classe e vedo ragazzi e ragazze che passeggiano nel prato della scuola. Una volta ero come loro. Camminavo, correvo, saltavo. Ora tutto è cambiato. Io sono ferma mentre loro continuano a correre, ignari del tesoro che possiedono: un corpo che risponde alla propria volontà. E io non voglio morire vergine. Non sarà facilissimo.

La prima vita di Barbara finisce il 3 agosto 1981 a Arma di Taggia. Una corsa tra le onde, un tuffo, un rumore di ossa spezzate, un incendio che invade il corpo, immobile, che galleggia a pancia in giù a pelo d'acqua.
Come accade spesso, in un solo attimo ogni cosa è cambiata per sempre. Barbara rimarrà tetraplegica, incatenata per il resto della sua vita ad una sedia a rotelle.
Alzarsi dal letto, correre, preparare un arrosto , indossare i tacchi, salire o scendere le scale, accendersi una sigaretta, farsi un bidet, stringere un mano, ballare, raccogliere dei fiori. L'elenco delle cose che non potrà più fare da sola sembra estendersi fino allo sfinimento.


Nessuno può sapere il dolore che provo, e non perché non tentino di capire ma perché è impossibile. Nemmeno io immaginavo che potesse esistere un dolore così. Del corpo e della mente. Un dolore che si impasta di una paura che non comprendo.

Ma Barbara è molto di più di una lista di "no", è una lottatrice, una "disabilitata" che ha lottato per riguadagnare ogni centimetro di indipendenza, che si è laureata ed è diventata scrittrice, che ha saputo affidarsi all'immaginazione per non rimanere sdraiata in un letto a fissare un soffitto bianco.
Ma non è sufficiente.
Vuole di più. Essere l'amica confidente, la letterata di successo, la donna risoluta e coraggiosa che tutti ammirano non le basta.
Barbara vuole godere e far godere.
Vuole il sesso, la passione, l'eccitazione, l'amore.


Il corpo è il biglietto da visita con cui ci presentiamo al mondo. Nessuno sa cosa si celi dentro di noi, ma tutti vedono siamo, anche se ognuno ci vede a modo suo (bella, brutta, interessante, carina, insignificante, fascinosa). Ci palesiamo al mondo con il nostro corpo.

Non volevo morire vergine è  il racconto autobiografico in cui l'autrice,  Barbara Garlaschelli,  si mette a nudo e ripercorre, con voce intima, il lungo percorso di riscoperta della propria auto-consapevolezza: la voglia di piacere, di vivere a pieno, senza barriere né limitazioni, la propria femminilità e sessualità, lottando contro i tabù che persistono nella nostra società, in cui i disabili sono percepiti come creature asessuate, quasi angeliche, che suscitano affetto e comprensione, senza comprendere che in realtà, hanno “diritto al godimento, fisico e mentale, alle gioie della vita, in tutte le sue declinazioni”.
Un cammino durato trent'anni costellato di delusioni, frustrazioni, umiliazioni, in cui la scrittrice affronta la sua paura più grande, quella di essere rifiutata, un timore che appartiene a tutti, uomini e donne "normodotati", ma che nei "disabilitati" diventa un terrore assoluto in grado di soverchiare l'intera esistenza.
Con una buona dose di ironia e cinismo, la protagonista narra i suoi primi approcci, i baci impacciati, gli appuntamenti imbarazzanti, le farfalle nello stomaco, in una girandola di figure maschili, a volte attente e premurose, a volte patetiche e meschine, sempre protetta dalla rete di sicurezza costituita da Renzo e Franca, i suoi straordinari genitori.



Niente dovrebbe restare vergine. Nessuna vita, nessuna pagina bianca, nessun pensiero nessun luogo. Forse qualche isola immaginaria per poter far rinascere le nostre emozioni e amarle e riamarle. Niente dovrebbe restare immacolato, neanche la neve, sulla quale le tracce di animali, foglie cadute, passi di uomini e donne, raccontano della vita. Niente dovrebbe restare vergine, né il corpo né la mente, che racchiudono in sé la traboccante vitalità di ciò che siamo.
Quella di Barbara Garlaschelli è la testimonianza di una donna libera che  ha vissuto e combattuto, e non deve più dimostrare, sopratutto a sé stessa, di essere forte. Una donna finalmente integra, non più divisa  tra l'accettarsi o il rifiutarsi: Oggi posso e voglio piangere le mie lacrime, la mia fragilità, l’immenso dolore per tutto ciò che ho perso.
Perché, in fondo, la più importante delle conquiste è quella di poter mostrare le proprie insicurezze, senza paura che gli altri le usino come un'arma contro di noi.

Indicazioni terapeutiche: per chi non crede che il dolore renda persone migliori; per chi sa che ognuno di noi è, a suo modo, fragile.

Effetti collaterali: La verginità di cui la protagonista si vuole liberare non è da intendersi ovviamente in senso strettamente "anatomico", ma riflette la sua volontà di  mettersi in gioco, di vivere a pieno, a prescindere dalla propria "corporeità", ogni esperienza, viaggio, delusione, gioia, giornata di sole, viaggio, emozione, sbaglio, successo, fallimento. La voglia di normalità, che poi altro non è che il desiderio imprescindibile di essere accettati e amati.



giovedì 13 luglio 2017

L'amante giapponese di Isabel Allende



Alma Belasco, facoltosa ultraottantenne, decide di ritirarsi per trascorrere gli ultimi anni della sua vita a Lark House, una residenza per anziani vicino San Francisco. Qui stringerà amicizia con Irina, giovane infermiera moldava dal passato oscuro, che finirà per innamorarsi del nipote dell'anziana, Seth.
Spinti dalla curiosità di scoprire cosa si nasconde dietro le misteriose fughe amorose di Alma, i due scopriranno che la donna nasconde un segreto, la storia d'amore clandestina con il giardiniere Ichimei Fukuda. Sarà propria Alma a ripercorrere con i due giovani la sua lunga vita, dando vita a un racconto che riserverà non poche rivelazioni.

Tutti nasciamo felici. Lungo la strada la vita si sporca, ma possiamo pulirla. La felicità non è esuberante né chiassosa, come il piacere o l'allegria. È silenziosa, tranquilla, dolce, è uno stato intimo di soddisfazione che inizia dal voler bene a se stessi.

L'amante giapponese è un viaggio nel tempo che ripercorre la straordinaria esistenza della protagonista, la perdita dei genitori, l'infanzia con gli zii benestanti Isaac e Lilian, gli studi, i viaggi, la vita da privilegiata, da chi ha avuto tutto e non ha dovuto rinunciare a niente.
E sopratutto il suo legame con Ichi. Un amore che innerva un'intera esistenza,  che brucia come brace sotto la cenere, senza stancarsi né fiaccarsi.

Ci sono passioni che divampano come incendi fino a quando il destino non le soffoca con una zampata, ma anche in questi casi rimangono braci calde pronte ad ardere nuovamente non appena ritrovano l’ossigeno.

Un sentimento soffocato in nome delle convenzioni, che non solo non si è consumato con gli anni, ma ha trovato nella terza età una nuova dimensione. Questo romanzo è infatti una sorta di inno alla senilità, un periodo della vita in cui fare pace con sé stessi, con i propri difetti ed errori. L'unica fase della vita in cui si può vivere con leggerezza, perché il domani non fa più paura, il domani non esiste più. Esiste solo il presente e il passato, che ritorna in un continuo loop, i cui fantasmi si fanno compagni discreti dell'ultimo viaggio.

Abbiamo detto spesso che amarci è il nostro destino, ci siamo amati nelle vite precedenti e continueremo a incontrarci nelle vite future. O forse non c’è né passato né futuro e tutto accade simultaneamente nelle dimensioni infinite dell’universo. In questo caso, siamo insieme costantemente, per sempre. È meraviglioso essere vivi. Abbiamo ancora diciassette anni, Alma mia.

Isabel Allende è, come prevedibile, una narratrice straordinaria, sebbene in questo romanzo non tocchi le vette dei suoi più grandi successi. La scrittrice cilena ha voluto strafare, mescolando rimandi storici quali la persecuzione degli ebrei, l'attacco a Pearl Harbour e i campi in cui furono confinati i Giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, con altre tematiche come l'Aids, l'omosessualità nascosta, l'aborto, l'eutanasia, fino a scadere nell'inverosimile. Lo stile è scorrevole, anche se, a tratti, banale.
Resta una lettura piacevole, che però non va aldilà della letteratura rosa, lo svago di qualche ora che non lascia significative tracce.

Indicazioni terapeutiche: per chi vuole credere che la vera passione non invecchi mai.

Effetti collaterali: Ho empatizzato con Alma fin da subito, con il suo anticonformismo e la sua voglia di indipendenza, una donna forte dalla vita avventurosa. Eppure non le ho perdonato il suo unico atto di viltà. L'aver rinunciato al suo grande amore per paura, o meglio per perbenismo. Cinquanta anni fa i matrimoni misti erano malvisti, lo sono ancora oggi. Scegliere Ichimei avrebbe significato perdere tutto, il suo status, i suoi privilegi, la sua rete di sicurezza. Non ce l'ha fatta Alma. Ha preferito sé stessa. Il prezzo del suo egoismo è stato dover vivere un'esistenza a metà, qualche lettera colma di parole consolatorie al posto di una vita vissuta gomito a gomito nelle gioie e nelle difficoltà.



venerdì 30 giugno 2017

LEIELUI di Andrea De Carlo


Ho letto LEIELUI (tutto maiuscolo, tutto attaccato) a distanza da pochi giorni da L'imperfetta Meraviglia, ultimo titolo uscito di De Carlo. Il confronto era quindi inevitabile. Non vi è dubbio che vi siano molti richiami tra i due libri: i due protagonisti diversi eppure simili sotto la pelle, il balletto di sensazioni che li investe con una furia inarrestabile, i gesti densi che riempiono i silenzi, il bisogno di viversi aldilà delle convenzioni.
Claire Moletto, americana che lavora in un call center a Milano incontra, o meglio si scontra, con Daniel Deserti, scrittore dal passato fulgente ma che sembra aver perduto la voglia di scrivere ( è impossibile non riconoscere in lui l'alter ego dello scrittore milanese).
Come da cliché tra i due scoppierà un'attrazione inspiegabile, mascherata all'inizio da una pruriginosa antipatia, che li porterà a deragliare dai binari delle loro vite.


Le persone più interessanti sono sempre il frutto di situazioni complicate.


Cliché è la parola chiave. In LEIELUI infatti l'intreccio infatti è infarcito di stereotipi letterari.
Lei è una personaggio femminile complesso: leggiadra e profonda, bella senza averne l'aria, sensuale ma non volgare, super-percettiva, brillante senza risultare supponente.
Lui incarna il prototipo che unisce genio e sregolatezza, il maschio alfa che colleziona avventure di una notte, il padre assente e collezionista di relazioni e matrimoni naufragati.
Lei è succube del fidanzato avvocato milanese che la desidera perché esotica ma vuole cambiarla, normalizzarla, imborghesirla.
Lui fatica a sopravvivere ad un ambiente, quello dell'editoria, popolato finti scrittori prestati dalla TV, nel quale ormai l'unica logica che conta è quella commerciale.


“Non trovi stupefacente come nel primo istante del primo incontro uno raccolga tutte le informazioni rilevanti sull'altra persona?” “Sono tutte lì” dice lui. “Positive e negative, come in una fotografia ultradettagliata. Tutte le caratteristiche che ti possono piacere e tutte quelle che non ti possono piacere per niente.”

Eppure a me il libro è piaciuto.
Non sempre una trama avvincente fa un buon libro. Non basta. Serve la capacità di andare oltre, di emozionare il lettore. Raccontare dell'amore senza scadere nella banalità non è mai facile. Per me, De Carlo ci riesce.
Troppi luoghi comuni? Troppa enfasi? Nessuno come lui è in grado di sezionare le emozioni, di immaginare dialoghi e situazioni, di danzare intorno ai sentimenti, di evocare paesaggi, turbamenti, suggestioni. Ha la capacità di immergersi nelle relazioni, di scrivere per pagine e pagine senza in realtà narrare niente, e, al contempo, senza perdere di intensità.

Non riesce a credere a quanto siano infantili i nostri impulsi di base: inseguire quello che ci viene negato, scappare da quello che ci viene offerto.

Alcuni detrattori  accusano De Carlo di essere troppo commerciale, un mercenario che sforna best-seller a comando. Crede di essere il più grande scrittore italiano, dicono.
La verità è che LEIELUI è un libro non nuovo, che racconta un topos letterario come quello di un triangolo amoroso,  ma lo fa in modo talmente evocativo e coinvolgente da risultare credibile. L'abbondare di particolari potrebbe risultare stucchevole o al limite del banale, ma questo è lo stile di De Carlo, ciò che mi aspetto quando compro un suo romanzo.


Indicazioni terapeutiche: per chi ama De Carlo.


Effetti collaterali: seguire l'istinto, cedere la passione, rompere gli schemi. Sono scelte che nella realtà non pagano mai, o quasi. Ma nei libri accade. Per questo leggiamo. Perché la letteratura ci regala un posto nel quale  rifugiarci quando siamo stanchi, quando abbiamo bisogno di continuare a credere che, a volte, l'impossibile sia possibile.




mercoledì 21 giugno 2017

I baci non sono mai troppi di Raquel Martos

D'estate leggo di più. La luce bianca che avvolge come un sudario ogni cosa, l'afa che scoraggia ogni movimento, il tempo che si dilata sotto il sole cocente. Il mio unico desiderio diventa quello di sdraiarmi con la testa bene all'ombra e le gambe baciate dai raggi solari e chiudermi nella mia bolla di solitudine.
Non che esistano libri più indicati per la bella stagione, ma io, quando le giornate si allungano, i capelli si schiariscono e la pelle si fa ambrata, prediligo i romanzi a impronta femminile, le storie scritte da donne che parlano di donne.
I baci non sono mai troppi di Raquel Martos appartiene a questa categoria.

Nella vita perdiamo tempo come se fosse gratis, come se lo regalassero, dimenticando che prima o poi dovremo restituirlo. Se contassimo tutti i minuti in cui siamo coscienti del fatto che ciò che stiamo facendo è unico, per quanto sembri banale e quotidiano, quanti giorni pensi che otterremmo nel corso di tutta la vita?

Può un'amicizia sconfiggere ogni invidia e gelosia? Può durare tutta la vita?
Eva è una bambina bionda e timida di sette anni quando un giorno a scuola arriva una nuova alunna, Lucia, mora con la frangia e il caschetto che la fanno sembrare una piccola adulta, risoluta e pronta a dare battaglia alla vita a testa alta.
Insieme affronteranno le insicurezze e le gioie del diventare grandi: le lunghe vacanze estive, i primi flirt, l'università, l'amore, i primi passi nel mondo del lavoro.

I baci non sono mai troppi: non si esauriscono e non ne abbiamo una riserva limitata. Si può sempre darne altri.
La storia è narrata dalle due voci delle protagoniste che si incontrano per caso un giorno in aeroporto, dopo un allontanamento a causa di un litigio. Lucia è ormai una donna in carriera che ha sacrificato l'idea della famiglia per inseguire il successo. Eva si barcamena tra la figlia Lola di cinque anni e un matrimonio ormai agli sgoccioli. Giunte entrambe ad un bivio, sapranno riprendersi per mano e riscoprirsi più unite che mai.
Il romanzo d'esordio di Raquel Martos non è certo un capolavoro, ma una lettura piacevole in cui ogni lettrice può intravedere frammenti della propria vita. Un romanzo sui buoni sentimenti, che come i baci non sono mai abbastanza.


Indicazioni terapeutiche: per chi ha avuto un'amica del cuore.

Effetti collaterali: Totò diceva che la felicità è fatta di attimi dimenticanza. Questo romanzo afferma esattamente il contrario: la felicità è figlia della banalità, una ricetta dai semplici ingredienti. Il calore della famiglia. Le risate tra amiche. Una mamma che versa il caffelatte da una tazza all'altra per farlo raffreddare.


mercoledì 14 giugno 2017

L'imperfetta meraviglia di Andrea De Carlo

Andrea De Carlo è uno dei miei scrittori preferiti. Lo è da quando adolescente, mi persi tra le pagine di Due di Due, rapita dalla sua capacità di pennellare personaggi complessi e mai banali, di scandagliare le emozioni, i sentimenti, gli stati d'animo in maniera chirurgica.
L'imperfetta meraviglia rievoca, anche se in maniera depotenziata rispetto ai romanzi precedenti, la magia di un incontro tra i due protagonisti, Milena Migliari, gelataia alla ricerca del gusto "perfetto", e Nick Cruickshank, leader di una famosa rock-band che vive sull'onda dei successi passati.

"Perché la meraviglia è imperfetta?" Lui la fissa, in attesa. Lei si chiede se dovrebbe cercare una risposta accurata, o cavarsela con una battuta; alla fine parla senza riflettere. "Perché non dura."

Cosa hanno in comune?
All'apparenza niente, se non il ritrovarsi nello stesso luogo nello stesso momento.
Ma scavando sotto la scorza della superficie, si ritrova la solita irrequietezza di fondo, la sensazione di alterità costante, di essere sempre "altro" rispetto a chi li circonda, il bisogno urgente di essere "altrove".
Due perfetti sconosciuti che, dopo aver girovagato incapaci di trovare una propria dimensione, un luogo da poter chiamare casa, hanno deciso di fermarsi, almeno temporaneamente, in un piccolo paesino della Provenza.
Due perfetti sconosciuti intrappolati nei percorsi intrapresi, incapaci di quello scatto vitale che potrebbe permettere loro di riprendere in mano la propria esistenza. Milena bloccata al bivio se diventare madre o no, Nick che si immola al terzo matrimonio come un condannato a morte aspetta la sua pena.
Entrambi in balia dei dubbi e delle inquietudini interiori, come foglie trasportate dalla corrente. Senza slanci, senza convinzione. Una vita ridotta alle occasioni mancate, in cui ciò a cui stanno rinunciando pesa di più di quello che stanno consapevolmente scegliendo.


Tutto quello che puoi fare è metterti in sintonia, stare in ascolto dei segnali e quando arrivano seguirli, come potresti seguire un sentiero attraverso la giungla; solo che questo sentiero si forma mentre ci cammini sopra, passo dopo passo. Non serve consultare bussole, né studiare mappe, né decidere itinerari: l'itinerario è lì, sotto i tuoi piedi.

Ma può un incontro sovvertire l'ordine precostituito?
No.
O meglio non è l'incontro in sé, ma il turbamento che provoca, lo spostamento della scala di valori, di propositi, di obiettivi. Non sono mai i cambiamenti clamorosi a dare un risultato interessante: sono le piccole deviazioni dalla norma, i tocchi che potrebbero essere quasi inavvertibili e invece si sentono.
Non servono le razionalizzazioni a posteriori. Non serve continuare a fuggire, giustificarsi, negare l'evidente, nel vano tentativo di accettare disperatamente ciò che si è diventati e smettere di rincorrere cos'altro si sarebbe potuto essere. Quanto vogliamo quello che vogliamo è il frutto delle circostanze o di una nostra ricerca interiore?

Forse il problema è che lei non è una persona normale: che è fondamentalmente una disadattata, con la testa piena di idee che non collimano mai con il mondo reale. e il mondo reale se ne accorge, e le manda una bastonata sulla testa appena può, per ricordarle chi è il più forte; oppure cerca di chiuderle qualche muro intorno, di bloccarle la porta quando lei avrebbe l'istinto di scappare fuori a respirare l'aria libera e guardare il cielo.
Andrea De Carlo ripercorre uno dei temi a lui più cari, quello della capacità di prendere in mano la propria vita, la corrispondenza o discrepanza tra quello che si vorrebbe o potrebbe essere e quello che si è. Da una parte coloro che riescono a mettere a frutto il proprio potenziale, dall'altro quelli che rimangono schiacciati dalle circostanze. La differenza sta tutta lì.

Indicazioni terapeutiche: per chi sente sempre un pesce fuor d'acqua.

Effetti collaterali: Milena accompagna le vaschette di gelato che vende con bigliettini con le frasi che la colpiscono. Una è un aforisma famoso di Oscar Wilde: «La vita è troppo breve per sprecarla nei sogni altrui».
Pensare prima ai propri bisogni non è egoismo, è amor proprio.
Sprecare la propria esistenza ad accontentare gli altri non è altruismo, è mancanza di coraggio.