venerdì 1 febbraio 2019

La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo

In effetti, l'amicizia è una faccenda strana, secondo me. Sono ormai cinque anni che traduco dall'inglese articoli accademici di argomento umanistico o sociale, e non ho ancora trovato un articolo che analizzi la questione in profondità. Certo, oggi tutto dev'essere statistico ed empirico, mentre è difficile quantificare e calcolare distanza e vicinanza, fedeltà e tradimento, amore e nostalgia. E forse non è neppure necessario.
Il legame apparentemente indissolubile tra quattro ragazzi di Haifa è la colonna portante di questo romanzo: durante la finale dei Mondiali di calcio del 1998 quattro amici decidono di scrivere su tre biglietti i desideri che vorrebbero realizzare, con l'impegno di conservarli fino al mondiale successivo per verificare quanto da loro auspicato si sia realmente concretizzato.
Non hanno ancora trent'anni ma hanno già condiviso insieme molte esperienze, la scuola, i viaggi, l'esercito. Nonostante questo, ciò che li lega maggiormente è la loro spinta verso il futuro, le speranze e i sogni, la voglia di scendere a patti con le proprie paure e di scrivere il proprio domani.

Qualcosa di fondamentale è sballato in ciascuno di noi, no?, ho commentato io. Per il semplice fatto che siamo esseri umani.

Churchill è il carismatico del gruppo, capace di affascinare le persone, soprattutto le donne, con la sua personalità esuberante, sogna di diventare un grande avvocato e realizzare qualcosa di importante. Amichai è sposato con Ilana la piagnona, una donna che i suoi amici faticano a capire ed apprezzare, ha due gemelli e vende polizze per malati di cuore, anche se spera un giorno di aprire una clinica di medicina alternativa.  Ofir lavora nella pubblicità, è il più bravo con le parole, ma sente di aver tradito la propria stessa natura perché ha venduto l'anima al mostro del marketing. Infine Yuval, il narratore, timido e silenzioso: è attraverso i suoi occhi che viviamo le vicende raccontate nel libro. Proprio lui, il più sensibile e introverso, guiderà il lettore attraverso gli amori e i dolori, i timori e le illusioni di questo gruppo di ragazzi, sullo sfondo di una terra difficile come Israele.

Io con lei mi sento normale, ha detto Ilana. mi sento a posto. sento che la mia tristezza è a posto. Che la mia pesantezza è a posto. Che il fatto che ogni tanto ho bisogno di nascondermi dal mondo è a posto. Mi sento capita quando sono con maria. Capita fino in fondo.

La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo non è soltanto la storia di un'amicizia con la A maiuscola ma una parabola sulla crescita personale, sulla ricerca di un senso più profondo della vita, sulla solitudine e sui legami tra le persone. Un romanzo scorrevole ma non scontato, che regala, al tempo stesso, sprazzi di ironia e riflessioni profonde. Un viaggio nell'animo umano destinato a non finire mai.


Indicazioni terapeutiche: per chi crede che gli amici siano un'oasi nel deserto che permette di dimenticare il deserto.

Effetti collaterali: per uno strano gioco del destino (sempre che esista) i desideri dei quattro protagonisti saranno rimescolati come carte dal vento. Quanto di ciò che vogliamo è davvero un nostro desiderio interiore o quanto, invece, è frutto delle circostanze? E soprattutto è pensabile ipotizzare una sorta di armonia come punto di arrivo del proprio percorso? O forse, dal momento che viviamo in una realtà disarmonica, un tentativo del genere è destinato a fallire in partenza?

mercoledì 3 ottobre 2018

La vita fino a te di Matteo Bussola

Premetto che pur non conoscendolo personalmente, Matteo Bussola mi è piaciuto fin da subito. Da quando ho iniziato a leggere i suoi primi post, prima che diventassero virali, fino a  trasformarlo in un personaggio pubblico prima, e in uno scrittore poi. O meglio, probabilmente uno scrittore lo era sempre stato, ma è come sbocciato grazie al successo incontrato sui social network.
Ancora oggi continua a condividere i suoi pensieri, le sue esperienze e riflessioni su piattaforme come Facebook, come milioni di altre persone del resto. Ciò che fa la differenza è la sua indiscutibile capacità di raccontare il vissuto quotidiano con uno sguardo capace di scorgere ciò che ai più rimane celato. Di scandagliare l'animo umano, mettendolo a nudo in tutte le sue sfaccettature. Di trasformare l'ordinario in straordinario, come l'artista che scorge la poesia in un umile filo d'erba.
Al centro del suo ultimo libro,  La vita fino a te, che in realtà più che è un romanzo è una raccolta di aneddoti e considerazioni, c'è l'amore in tutte le sue forme. O meglio ci sono le relazioni con l’altro.  Perché cos'è l’amore se non prima di tutto una forma di sguardo sull’altro?


Ti accorgi che l'unica sabbia che conta è quella che scorre nella clessidra dei giorni, le orme più belle quelle che testimoniano la strada fino a qui, il cammino insieme che abbiamo scelto, perciò viva i giardini vissuti, la merda che contiene più verità di molto altro, i cani che ti saltano in braccio sporchi di terra o che si sdraiano al sole, per tutto il resto ci sarà tempo di sicuro e quando non ci sarà: pace, avremo pavimenti meno impeccabili e maglioni pieni di peli e forse inciamperemo ogni tanto nelle buche, ma sapremo comunque di non aver rinunciato alla parte migliore di quello che c'è.

Attraverso il racconto di episodi di vita quotidiana l'autore si racconta, partendo dal proprio passato, per tracciare un ipotetico cammino a ritroso che lo ha portato fino a Paola, la sua attuale compagna con la quale ha avuto tre bambine. Un percorso che non è stato né rettilineo né facile. Un viaggio che ha avuto come punto di partenza l'accettazione delle rispettive differenze, che si è alimentato della voglia di conoscersi e "spostarsi da sé stessi", per approdare alla fine alla consapevolezza che ogni relazione duratura si fonda su un’accoglienza incondizionata.
Una strada irta di ostacoli in cui è facile smarrirsi, perdendo di vista non solo l'altro ma perfino sé stessi. Perché la paura di sbagliare, di restare, di rimanere ingabbiati è sempre in agguato. La verità è che, come sostiene Bussola, siamo convinti di sapere quello di cui abbiamo bisogno, ma a volte invece la vita è più intelligente di noi, e così ci dona non ciò che vorremmo ma ciò che ci serve per crescere, non importa quanto questo possa essere talvolta doloroso o frustrante.

Ogni vita è una specie di iceberg narrativo di cui gli altri scorgono solo la parte visibile, mentre tre quarti se ne stanno nascosti sotto il pelo dell'acqua e non se ne accorge mai nessuno a volte non te ne accorgi nemmeno tu. [...] L'importante è non credere nemmeno per un istante che quel che vedono gli altri, nel bene o nel male, sia tutto quello che sei, e non credere che quel invece gli altri non vedono valga meno, soltanto perché non lo vedono. Non è importante se nessuno lo vede, o se lo vedono in pochi, tu quella parte rispettala, difendila, sentila, proprio come l'aria che ti entra nei polmoni ogni giorno, ogni secondo, che nessuno vede nemmeno quella, così come non vedranno mai il tuo stomaco, o il tuo fegato, o i battiti del tuo cuore, mentre sono proprio questi a tenerti in vita.

La lezione di Matteo Bussola è in fondo di una semplicità disarmante: se si è pronti a mettersi in gioco, ad accantonare le proprie insicurezze, accogliendo la diversità altrui, l'amore diventa non una possibilità ma LA POSSBILITÀ, non dico di essere migliori, ma di vivere una vita piena e densa di significato. 
Indispensabile diventa allora la presa di coscienza che non è possibile fondare l'amore sul bisogno, ma, al contrario, occorrerebbe fondare il bisogno sull'amore. Che l'amore che salva non è un mai un approdo ma solo un punto di partenza. Che, come afferma l'autore, l'amore non ci completa ma ci comincia. 


Indicazioni terapeutiche: per chi non è ancora stanco di cercare il buono nel mondo.

Effetti collaterali: i sentimenti non dovrebbero mai diventare un'arma di ricatto. Non bisognerebbe mai urlarsi "sei cambiato" o "non sei più quello di prima" o chiedere al proprio partner di rinunciare a qualcosa, ad un hobby, un lavoro, un'amicizia, un sogno. Non bisognerebbe soprattutto mai chiedere a qualcuno di rinunciare alla necessità di restare fedeli a se stessi, come se si trattasse di una sorta di affronto alla propria relazione.


giovedì 27 settembre 2018

Le assaggiatrici di Rosella Postorino

La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.
È l'autunno del '43 quando Rosa Bauer fugge da Berlino per rifugiarsi a casa dei suoceri, nel villaggio di Gross-Partsch, vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale dove Hitler si è nascosto. Suo marito Gregor è lontano, a combattere sul fronte orientale russo.
Insieme ad altre nove donne, Rosa, viene reclutata come "assaggiatrice": è una cavia, selezionata come la altre per testare le pietanze destinate al Führer, al fine di scongiurare potenziali avvelenamenti. Chiuse tra le pareti di una caserma e sotto la minaccia continua del controllo delle SS, tra il gruppo di donne si svilupperà una sorta di legame carnale, un'amicizia dettata più dalla paura e dalla necessità, che non da una volontà consapevole. In particolar modo, Rosa rimarrà affascinata da Elfriede, dal suo carattere spigoloso, dalla sua lingua tagliente, dai segreti che riesce a celare e a scorgere fissando le persone negli occhi.
Quella di Rosa diventa una vita per il Führer, che pure lei ha imparato ad odiare. Un'esistenza dominata dalla paura, dal senso di colpa, dalla mancanza. Un'esistenza che la porta a mettere in discussione tutto ciò in cui credeva, maturando la consapevolezza di quanto la vita umana abbia ben poco valore. Come si fa a dare valore a una cosa che può finire in qualsiasi momento, una cosa così fragile? Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha; a ciò che è indistruttibile, e la vita non lo è. Tant’è vero che può arrivare qualcuno a chiederti di sacrificarla, la tua vita, per qualcosa che ha più forza. La patria, per esempio.

Per anni ho creduto fossero stati i suoi segreti- i segreti che non poteva confessare, che non volevo ascoltare -a impedirmi di amarlo davvero. Era una stupidaggine. Di mio marito non sapevo molto di più. Avevamo vissuto appena un anno sotto lo stesso tetto, poi lui era partito per la guerra: no che non lo conoscevo. Del resto, l'amore accade proprio tra sconosciuti, fra estranei impazienti di forzare il confine. Accade fra persone che si fanno paura.

Non c'è in Rossella Postorino nessuno giudizio: la sopravvivenza ha avuto la meglio sulla morale. Quelle descritta dalla scrittrice è un'umanità mutilata, spezzata, profanata. Rosa è una donna che è scesa a patti con la propria coscienza, ma ne ha pagato caro il prezzo. L'impossibilità di dimenticare, di lasciarsi tutto alle spalle. Non racconterà mai nessuno quello che ha vissuto alla mensa di Krausendorf, delle persone con cui ha condiviso per mesi ogni pasto, dei sensi di colpa che la schiacciano senza abbandonarla mai.
Certi ricordi sono come fantasmi,  destinati ad abitare l'animo umano per sempre. Si sopravvive ma non si è più gli stessi, prigionieri dei propri segreti, si diventa inaccessibili, incapaci di aprirsi agli altri e tornare ad amare di nuovo. Ma d'altronde come è possibile volersi bene nell'inganno?

Io non sapevo se il resto della specie preferisse vivere da miserabile, pur di non morire; se preferisse vivere nella privazione, nella solitudine, pur di non calarsi nel lago di Moy con una pietra al collo. Se considerasse la guerra un istinto naturale. È una specie tarata, quella umana: i suoi istinti, non bisogna assecondarli.


L'autrice di questo romanzo si è ispirata alla storia vera di Margot Wölk, morta pochi anni fa ultranovantenne, che, ricordando i suoi tempi da assaggiatrice, ammette come ogni volta dopo un pasto scoppiasse in in un pianto liberatorio, perché significava che era ancora viva. Ma, a scanso di equivoci, è giusto sottolineare come Le assaggiatrici non sia romanzo storico né ambisca ad esserlo: la vicenda storica è solo un punto di partenza per una riflessione più ampia.
Il cibo si trasforma nel filo conduttore di un'ossessione che accompagnerà la protagonista per il resto della vita, un amore-odio viscerale. Mangiare significava nutrirsi e quindi sopravvivere, ma allo stesso tempo ciò implicava tenere in vita Hitler e il suo regime. Servire la causa. In realtà né Rosa né le altre sue compagne hanno avuto mai scelta. Non sono mai state molto di più di gruppo di donne chiuse in una mensa, braccate come un branco di animali al macello dal sentore costante della morte, senza alcuna possibilità di sottrarsi al loro angoscioso destino.
O forse no. Forse Rosa avrebbe potuto decidere da che parte stare. Come Elfriede. Scegliere di non rinnegare sé stessa, anche a costo della propria vita.


Indicazioni terapeutiche: per chi vuole scoprire quale sia il prezzo della sopravvivenza.

Effetti collaterali: molti potrebbero trovare fuori luogo la voglia di Rosa di amare, di essere desiderata, accolta. Io no. Non l'ho trovato un espediente narrativo slegato dal testo ma funzionale alla storia. Nonostante sia cosciente di vivere in un'epoca amputata, di non avere nessun diritto di parlare d'amore, vi è in lei una parte che brama di essere desiderata, di fremere, di sentirsi viva nonostante intorno a lei vi sia soltanto violenza e morte. Una parte disposta a sacrificare tutto pur di essere qualcosa di più di uno stomaco da riempire, di un pezzo di carne vittima di un ingranaggio infinitamente più grande e terribile di lei.

venerdì 21 settembre 2018

Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman


Si può palare di alienazione e dolore strappando un sorriso?
Sembra un'impresa possibile ma Gail Honeyman ci riesce, dando vita ad un personaggio capace di entrare in punte di piedi nell'animo di chi legge, a volte indisponendo, altre suscitando tenerezza. Eleanor Oliphant è la protagonista di questo libro, una sorta di favola moderna che ci restituisce un po' di sano ottimismo e, perché no, di fiducia nel mondo.

Se qualcuno ti chiede come stai, si aspetta che tu risponda BENE. Non devi dire che la sera prima ti sei addormentata piangendo perché erano due giorni di fila che non parlavi con un’altra persona. Devi dire: BENE. [...] Ai giorni nostri la solitudine è il nuovo cancro, una cosa vergognosa e imbarazzante, così spaventosa che non si osa nominarla: gli altri non vogliono sentire pronunciare questa parola ad alta voce per timore di esserne contagiati a loro volta, o che ciò possa indurre il destino a infliggere loro il medesimo orrore.

Ma chi è Eleanor Oliphant? È la collega scostante che nessuno vorrebbe, la vicina solitaria che parla con le piante, la tipa stramba da tenere a distanza, che dice sempre la battuta fuori-luogo e non sembra curarsi delle comuni norme della civile convivenza. Una ragazza anonima e asociale, destinata a vivere ai margini delle vite altrui.
Eppure la protagonista di questo romanzo non sembra, almeno in apparenza, risentire dello strano isolamento in cui si è auto-confinata: ha una casa, un lavoro, un tranquillo tran-tran impermeabile al mondo esterno.  A lavoro dal lunedì a venerdì, i lunghi weekend trascorsi chiusa in casa, in compagnia di qualche bottiglia di alcol e cibo scadente take-away. Mai uno sgarro. Un'unica strada dritta da percorrere in completa solitudine.
Eleanor Oliphant non ha bisogno di niente. Sta benissimo.
O forse no?
Forse dietro la facciata di stravagante normalità si nasconde l'orrore di un trauma infantile troppo da grande da elaborare, troppo spaventoso da condividere, qualcosa di così devastante che può soltanto essere sepolto nell'angolo più buio e nascosto del proprio animo.


Io ero Eleanor, la piccola, triste Eleanor Oliphant, con il mio lavoro patetico, la mia vodka e le mie cene da sola, e lo sarei sempre stata. Niente e nessuno – e certamente non quel cantante, che si stava sistemando i capelli durante l’assolo di chitarra di un altro membro della band – avrebbe potuto cambiare le cose. Non c’era speranza, le cose non si potevano riparare. Io non potevo essere riparata. Al passato non si poteva sfuggire, né lo si poteva disfare.

Gail Honeyman costruisce una storia di redenzione, sul potere salvifico dell'amicizia e sulla possibilità di scendere a patti con le proprie ferite. Nessuno si salva da solo, ma ciascuno di noi, se riceve l'aiuto di una mano tesa, può sbocciare, rifiorire, non certo diventando perfetto, ma accettando le proprie imperfezioni.
Eleanor Oliphant sta benissimo è un romanzo costruito con sagacia e intelligenza, in cui l'ironia diventa la chiave per affrontare un passato oscuro e un presente grigio. Anche se non siamo in presenza di un capolavoro non importa perché Eleanor è un personaggio capace di farsi amare, nonostante l'antipatia iniziale e tutte le sue idiosincrasie, e soprattutto in grado di restituirci un po' di sana speranza. E per una volta il lieto fine è la giusta ricompensa.


Indicazioni terapeutiche: per i solitari, i misantropi, i cinici, perché si ricredano e non smettano mai di coltivare la speranza di una felicità inattesa.

Effetti collaterali: Richard Bach affermava che siamo tutti impostori in questo mondo, poiché facciamo tutti finta di essere qualcosa che non siamo. Eleanor Oliphant è diversa: come lei, sono poche le persone che non sono in grado di dissimulare, di adeguarsi con un sorriso forzato. Tanto che a volte la solitudine auto-imposta sembra la scelta migliore, quella che mette al riparo da un gran numero di ferite inutili. In realtà la storia di Eleanor ci dimostra l'esatto contrario: c'è sempre una via, un modo di essere che coniughi la fedeltà a se stessi con la possibilità di amare ed essere riamati.


lunedì 17 settembre 2018

Il barone rampante di Italo Calvino

È sempre difficile analizzare un classico, quasi avventato, perché c'è sempre in agguato il pericolo di cadere nel banale, di ricalcare quello che altri hanno già detto, magari anche in un modo migliore. Tuttavia ho decido di correre il rischio, per parlare di quanto questo celeberrimo romanzo, che ho deciso di rileggere a distanza di anni, mi abbia colpito. Di quanto sia ancora oggi attuale, in una società globalizzata e massificata, nella quale le scelte dei singoli sembrano sempre meno incisive, in cui l'originalità ha ceduto il passo all'omologazione.


Quando ho più idee degli altri, do agli altri queste idee, se le accettano; e questo è comandare.

La trama è nota: nel 1776 il barone Cosimo Piovasco di Rondò, in seguito ad un diverbio con il padre su un piatto di lumache, decide di salire su un albero,  per non ridiscenderne mai più. Questo atto di ribellione è in realtà una metafora di qualcosa di più grande, che va aldilà del semplice disagio giovanile.
Quella di Cosimo non è solo una scelta per la vita ma una scelta di vita: con il suo profondo atto di rottura prenderà le distanze dalla sua famiglia per affermare la propria individualità, rigettando ogni tipo di norma che non sia quella dettata dalla propria moralità. Non vivrà infatti come un selvaggio al di sopra delle regole, ma, al contrario, tutta la sua esistenza sarà orientata e guidata da un rigido codice di principi morali.
Attraverso il protagonista di questo romanzo, Italo Calvino ha voluto rappresenta la figura dell'intellettuale che, pur mantenendo una certa distanza, da' il proprio contributo all'evoluzione della società. Contrariamente a quanto si potrebbe ipotizzare, Cosimo infatti non condurrà una vita votata alla solitudine, tutt'altro: dall'alto delle cime frondose di magnolie, lecci e ulivi sarà parte attiva della propria comunità: combatterà i pirati, progetterà fontane e sistemi per prevenire gli incendi, caccerà ogni tipo di animale, vivrà tresche segrete e avventure al limite dell'inverosimile.


Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.

Come nel caso del barone di Münchhausen, le storie di Cosimo mescolano realtà e fantasia ma ciò non toglie forza al messaggio del libro, anzi ne amplifica la portata: la ribellione non è fregarsene delle regole di convivenza civile o non avere nessuna etica. Anzi il protagonista di questo libro dimostra il contrario. La vera libertà è vivere assecondando la propria natura, seguendo inflessibilmente i propri principi. La vera libertà è il coraggio di essere diversi, di emergere dal branco, di reagire alle critiche della massa. 
Cosimo è un eroe dei nostri giorni perché dimostra che, se si è disposti a pagarne il prezzo, si può scegliere di essere liberi, liberi non solo dalle imposizioni materiali ma dai vincoli mentali, da tutto ciò che ci limita, ci inibisce, ci soffoca. Una condizione che è più mentale che materiale. L'insegnamento che Calvino lascia a tutti, in special modo ai più giovani, è chiaro: siate fedeli a voi stessi e accettatevi, solo così anche gli altri finiranno con l'accettarvi.
D'altra parte, come affermava Nietzsche, la vera felicità non è fare tutto ciò che si vuole, ma è voler tutto ciò che si fa.


Indicazioni terapeutiche: per chi sogna di fuggire dalla prigione della quotidianità.

Effetti collaterali: come muore un uomo che ha vissuto tutta la vita osservando la terra dall'alto? Semplicemente volando via. Un finale aperto che ci lascia con la più bella delle speranze: chi è veramente libero non vive forse per sempre?



martedì 28 agosto 2018

L'animale femmina di Emanuela Canepa

Vincitore del Premio Calvino 2017 all'umanità: ho comprato questo libro attratta dalla recensioni positive. Purtroppo la promessa di consegnare una storia che mettesse a nudo le fragilità femminili, in una sorta di educazione sentimentale in cui le prospettive si ribaltano non è stata tuttavia mantenuta. Forse non sono stata io in grado di cogliere il messaggio dell'autrice, ma, in verità, questo romanzo non si è dimostrato all'altezza delle mie aspettative e dopo un'inizio promettente si è perso per strada, non riuscendo a trasmettere il pathos e il coinvolgimento che mi sarei aspettata. 

Sono mesi che mi tormenta ai limiti dello stalking. Ragionare con lei è impossibile. Non vuole la soluzione più efficace sul piano dei diritto. Vuole che qualcuno le restituisca la vita che ha perso. O almeno un responsabile su cui infierire. Un cadavere per placare la rabbia. Tutte cose che io non posso darle.

Rosita è una ragazza fuggita dal sud e da una madre oppressiva, che vive a Padova dove frequenta con scarsi risultati la facoltà di Medicina. La sua vita sembra destinata ad un grigiore perenne: una vita modesta, niente amici né relazioni stabili, nessuno con cui condivider il peso dei propri fallimenti. Un giorno incontra per un caso fortuito un ricco e stimato professionista, l'avvocato Lepore, che rimasto colpito dalla sua situazione le offre il suo aiuto, assumendola part-time nel suo studio.
Nonostante l'apparente atto di disinteressata generosità, l'avvocato Lepore si rivela ben presto tutt'altro che un benefattore:  Rosita scopre velocemente di essere al cospetto di un uomo cinico, imprigionato dalla propria visione del mondo e dal bisogno di catalogare tutte le persone che incontra. In particolar modo, sembra provare una particolare avversione per l'intero genere femminile: come reagirà Rosita alle sue continue provocazioni? Riuscirà, nonostante la sua fragilità emotiva, ad opporsi al soverchiante maschilismo del suo titolare o né rimarrà schiacciata?

A un certo punto ho capito che continuare a sperare era solo una scelta tossica. A partire dai quattordici anni nella mia testa ha cominciato a prendere forma un pensiero spontaneo e ossessivo di cui mi vergognavo a morte, ma che non riuscivo a censurare: “Devo andarmene da questa casa o mi verrà una brutta malattia”. Per molto tempo non ho avuto il coraggio di farlo. Poi mi sono detta che dovevo tentare, e alla fine, non so bene come, ci sono riuscita. Perché sapevo che là dentro sarei morta. E io invece volevo vivere.

Andando avanti nella lettura emergono i veri motivi alla base della misoginia dell'avvocato Lepore: non aggiungo altro per no rivelare troppo della trama ma, a mio avviso, la ricostruzione del passato dell'uomo non basta a giustificare un così gretto atteggiamento. Probabilmente perché non appartengo alla categoria di chi giustifica gli errori del presente in nome delle sofferenze del passato.
D'altra parte non sono neanche riuscita a provare empatia per la protagonista: una ragazza insicura, quasi al limite dell'o sprovveduto, che si lascia coinvolgere in maniera del tutto passiva in torbidi intrighi pur di non perdere quel briciolo di sicurezza che le era stata donata. Nemmeno il twist in the end è riuscito farmi ricredere e risollevare un romanzo che, per la maggior parte del tempo, naviga tra le acque poche profonde della noia.
L'animale femmina ci consegna un quadro fosco dei rapporti tra uomini e donne (ma non solo), dominati dalle menzogne e dall'egoismo, in cui sono proprio le donne ad avere la peggio, vittime delle proprie illusioni, imprigionate in storie a senso unico, in cui donano tutto senza ricevere nulla in cambio. Come se l'amore potesse prescindere dal rispetto di sé. Come se l'amore fosse una stampella. Come se l'amore dovesse colmare l'immenso buco generato dalle proprie insicurezze. 
Ma davvero nel 2018 si può ridurre la complessità delle relazioni umane al ruolo dell'"animale femmina", ossia ricorrendo allo stereotipo della naturale tendenza delle donne a sottomettersi alle pretese maschili?  


Indicazioni terapeutiche: per chi vuole scavare nell'animo umano.

Effetti collaterali: La misoginia non trova giustificazioni, così come il becero femminismo che assolve le donne a prescindere in quanto tali. Su un punto Emanuela Canepa non ha fatto differenze: tutti i personaggi del racconto sono ugualmente colpevoli, vittime e carnefici, costretti a convivere con le proprie cicatrici e con il rimorso del dolore inflitto a chi più amavano.


mercoledì 8 agosto 2018

I miei libri per l'estate 2018

Le giornate afose che scoraggiano ogni movimento, le notti sempre più lunghe, le mattine trascorse al fresco dell'ombrellone. L'estate è la stagione in cui ogni momento diventa ideale per immergersi tra le pagine di un libro.
Ecco una selezione delle mie letture estive.


Mani calde di Giovanna Zucca
Cosa hanno in comune un bambino di dieci anni ingenuo e simpatico e un neuro-chirurgo anaffettivo e arrogante? Niente, almeno fino al giorno in cui un incidente li fa incontrare. Il primo steso su un letto in coma e il secondo deciso a salvarlo, nonostante la diagnosi infausta.
Mani calde è una favola sui buoni sentimenti e sul coraggio di cambiare: sarà proprio Davide a travolgere per sempre la vita del dottor Bozzi, obbligandolo a rivedere la sua intera scala di valori. La morale è servita su n un piatto d'argento: chi guarisce il prossimo, guarisce sé stesso.

Quasi a casa di Elena Moretti
Adrian è un ragazzo problematico, cresciuto tra barboni e abbandoni, che approda come ultima spiaggia in una malga gestita da Rosa, una contadina dal carattere aspro, dove imparerà a convivere con altri ragazzi dal passato travagliato come lui. Una lettura piacevole e non troppo impegnativa, a tratti forse un po' troppo stereotipata: un romanzo di formazione con tanto di riscatto finale che ci insegna che crescere significa superare certe ferite, spezzare alcuni legami e costruirne altri.

L'animale femmina di Emanuela Canepa
Rosita è una studentessa fuoricorso di Medicina a Padova, fuggita dal suo paesino del sud e dalle attenzioni morbose della madre. Ormai rassegnata ad una vita di grigiore ed insuccessi, il destino le fa incontrare la vigilia di Natale un distinto professionista, l'avvocato Lepore, che le offrirà un lavoro part-time nel suo studio. Quello che sembra un colpo di fortuna si rivelerà in poco tempo però una trappola psicologica.
Vincitore del premio Calvino 2017, questo romanzo ambisce ad essere un manifesto femminista ma, a mio parere, non supera il banco di prova, scadendo talvolta nel banale. Non vi resta che leggerlo e farvi la vostra opinione!

Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman
Eleanor Oliphant ha 30 anni e vive ai margini della vita, evitando ogni superfluo contatto umano e ogni tipo di relazione. Un lavoro monotono, una casa vuota rallegrata solo da un cactus, interminabili weekend trascorsi con la sola compagnia di una bottiglia di vodka. Eleanor Oliphant non sta benissimo per niente,  è una sopravvissuta: ha bisogno soltanto di qualcuno che le porga la mano e la aiuti a lasciarsi definitivamente alle spalle un passato orribile.
Questo romanzo ci regala il ritratto ironico e delicato di una protagonista fuori dal comune, respingente e senza filtri, che lascia tuttavia il segno e per la quale, alla fine, non si può fare a meno di fare il tifo.

22..11.63 di Stephen King
Il maestro dell'horror cambia genere e ci regala un romanzo che ha come tema principale un viaggio nel tempo: Jake Epping torna nel 1963 per impedire l'assassinio di Kennedy e costruire il migliore dei futuri possibili. Un'opera complessa, ricca di contaminazioni e rimandi ad altre opere e generi, che pone un interrogativo filosofico: modificando alcuni grandi eventi della storia, è possibile riscrivere le sorti dell’umanità?
767 pagine di storia travolgente: la ricetta ideale per dimenticare ogni preoccupazione e staccare la spina. Grazie Mister King!


Buona lettura!!!!